16 dicembre 2019
Aggiornato 03:00
Anticoncezionali e cancro

Tumore al seno, assolti i contraccettivi ormonali

Un nuovo studio italiano rivela che i contraccettivi ormonali combinati o CHC non favoriscono il tumore al seno, come si è spesso ritenuto

Cancro al seno e contraccettivi ormonali
Cancro al seno e contraccettivi ormonali Shutterstock

EMILIA-ROMAGNA – Nonostante si contraccettivi ormonali combinati, o CHC, siano tra i metodi anticoncezionali più utilizzati al mondo, sono stati spesso accusati di favorire lo sviluppo del cancro al seno. Questi contraccettivi, che contengono sia estrogeni che progestinici, sono stati oggetto di un nuovo studio dei ricercatori dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. I risultati pare che al contrario di quanto ritenuto, assolvano i CHC dall’accusa.

Il rischio tumore
La ricerca da anni si concentra sul rischio tumore al seno e uso di contraccettivi, specie orali. Nel tempo, i risultati degli studi sono stati spesso contrastanti. Per cui non è mai stato del tutto chiarito se i CHC siano responsabili di un aumento del rischio o meno. Nonostante ciò, come accennato, proprio i contraccettivi ormonali combinati sono quelli più diffusi e utilizzati nei Paesi sviluppati. In cifre, si parla di un 18% di donne sposate e tra i 15 e i 49 anni che li usano. Tra le altre cose, sono proprio queste le donne nella fascia d’età più soggetta a diagnosi di tumore del seno. Nelle fasce d’età più avanzata, questo tipo di cancro cede il posto a quelli del polmone e del colon-retto, che divengono il numero maggiore di casi dai 60 anni in su.

Vantaggi e svantaggi
Se da un lato vi è sempre stato il sospetto che i CHC favorissero la comparsa del tumore al seno, per contro si è visto che questi contraccettivi ormonali fornivano una protezione nei confronti di forme tumorali molto aggressive, difficilmente diagnosticabili per tempo e di altrettanto difficile cura. Tra questi si citano il cancro dell'ovaio con un alto tasso di mortalità. Per questo motivo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riveduto i criteri di idoneità medica per questi contraccettivi. Inoltre, nel 2015 hanno stabilito che l'uso dei CHC non dovrebbe essere limitato neanche per le donne con una storia familiare di tumore al seno.

I risultati dello studio
Dopo aver analizzato i dati, gli espetti del Centro per lo studio dei tumori eredo-familiari dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico di Modena, una delle più grandi cliniche oncologiche italiane per la gestione della prevenzione primaria e secondaria nelle donne ad alto rischio, sono giunti alle loro conclusioni. In particolare, si è proceduto alla revisione delle cartelle cliniche di 2.527 donne che avevano partecipato allo screening di valutazione oncologica. Di queste, il 4,5% erano portatrici di mutazione BRCA; il 72,2% erano ad alto rischio e il 23,3% a rischio intermedio. Il 10,1% di queste pazienti aveva già ricevuto diagnosi di tumore al seno prima dei 50 anni. Nella popolazione analizzata i ricercatori hanno osservato che il menarca tardivo, ossia la prima mestruazione dopo i 12 anni, era un fattore protettivo. Al contrario la tardività nella prima gravidanza (considerata come oltre i 30 anni d’età) era un fattore di rischio indipendente per il cancro al seno.
L'analisi retrospettiva di coorte avrebbe così rilevato che l'uso di contraccettivi ormonali combinati CHC non aumenta il rischio di cancro seno, indipendentemente dalla durata d'uso dei CHC e dalle dosi di estrogeni impiegate. E questo anche nei gruppi ad alto rischio e a rischio intermedio. Dato significativo è che, addirittura, alcuni contraccettivi comunemente usati erano associati a una tendenza verso una riduzione del rischio.