26 settembre 2018
Aggiornato 01:30

C'è una proteina che sconfigge i tumori, è la P53. La scoperta del San Raffaele

Gli scienziati del San Raffaele di Milano sono riusciti ad osservare da vicino il gene p53, una naturale protezione contro il cancro. Ecco perché in alcune persone non funziona
Scoperto il funzionamento di p53 al San Raffaele di Milano
Scoperto il funzionamento di p53 al San Raffaele di Milano (Shutterstock.com)

I ricercatori del San Raffaele di Milano sono riusciti – per la prima volta – ad osservare da vicino il famoso gene p53, quello che viene considerato il guardiano del genoma. Si tratta di una proteina che, naturalmente, è una vera e propria arma contro il cancro ed è presente in tutte le nostre cellule. Peccato, però, che in alcuni casi pare non funzionare correttamente. Ma questa scoperta potrebbe finalmente ribaltare il modo di concepire le nuove terapie destinate ai pazienti oncologici.

Una tecnica innovativa
Gli scienziati dell'Ospedale San Raffaele di Milano sono riusciti a guardare da vicino il gene p53 grazie a una sofisticata tecnica di microscopia innovativa. Tale ricerca, descritta recentemente su Nature Communications, potrebbe finalmente aprire la strada a cure decisamente più efficaci e meno distruttive della chemioterapia.

Correggere gli errori del DNA o suicidarsi?
«Ogni volta che il DNA di una cellula viene danneggiato una proteina chiamata p53, il cosiddetto guardiano del genoma, entra in azione e prende una decisione di drastica importanza: avviare il processo di correzione degli errori del DNA o, al contrario, quello di autodistruzione della cellula. L'obiettivo è lo stesso: evitare che quest'ultima, accumulando mutazioni nel corso delle generazioni, diventi tumorale», spiegano i ricercatori.

L’incredibile scoperta dei ricercatori
Fino a ieri si è sempre pensato che il p53 potesse funzionare al meglio se non era stata soggetto a mutazioni genetiche. Ma grazie all’osservazione degli studiosi del San Raffaele si è potuto constatare che anche se la proteina p53 è sana, potrebbe non essere sufficiente. Occorre infatti che vi siano altre proteine che possano attivare p53. «Grazie a questo strumento abbiamo scoperto che l'attivazione della p53 da parte di altre proteine presenti nella cellula è fondamentale e che solo se attivata questa proteina è in grado di associarsi al Dna abbastanza a lungo da avviare i processi per cui è programmata e grazie ai quali i tumori hanno vita breve», spiegano i ricercatori.

Il funzionamento di p53
Quando p53 viene avviato correttamente grazie all’intervento di altre proteine, si lega al DNA giusto il tempo necessario per avviare uno dei due sistemi antitumorali: correggere gli errori genetici o indurre il processo di apoptosi (morte programmata). Nel primo caso utilizza tutta una serie di macchine molecolari in grado di ripristinare tutte le informazioni del genoma. Se invece il danno è eccessivo si pensa al suicidio. Meglio eliminare tutte le cellule danneggiate ed evitare che si possano replicare. «La scoperta, oltre a essere rilevante nel campo dei tumori e ad aprire la strada a nuove ipotesi terapeutiche suggerisce un nuovo modello di funzionamento per i fattori di trascrizione di cui p53 è un esempio, ovvero per tutte quelle proteine che regolano l'espressione di altri geni e quindi sono responsabili dell'avvio di processi cellulari complessi», concludono i ricercatori.

Ci auguriamo di cuore che sulla base di questa scoperta possa arrivare al più presto una cura che possa soppiantare la chemioterapia, un trattamento che – per certi versi – è più devastante della malattia. Ma che attualmente è l’unica che possa salvarci.