1 ottobre 2022
Aggiornato 23:30
L'intervista

Alberto Contri: «I media li ignorano, ma i partiti del dissenso possono essere la vera sorpresa»

Il professor Alberto Contri, docente di Comunicazione sociale, traccia al DiariodelWeb.it un bilancio della campagna elettorale estiva che volge al termine

Alberto Contri
Alberto Contri Foto: Agenzia Fotogramma

Un'inedita campagna elettorale frettolosa e balneare, quella che ci sta portando per mano fino alle prossime politiche che si terranno tra dieci giorni. Ed è già il momento di tirare le fila di queste settimane di confronti e scontri tra i leader, sotto il profilo delle dichiarazioni (troppe), dei comizi (tanti) e dei duelli televisivi (pochi) che li hanno visti protagonisti. Il DiariodelWeb.it ha chiesto un bilancio al professor Alberto Contri, docente di Comunicazione sociale.

Professor Alberto Contri, come ha visto tecnicamente questa campagna elettorale?
È il linguaggio della società nel suo complesso che mi sembra molto scadente, e altrettanto la campagna. Innanzitutto le elezioni sono arrivate all'improvviso, è scattata la corsa a creare partiti da zero e c'è stato poco tempo per prepararsi. Quindi bene o male ciascuno vende la farina che aveva pronta nel suo magazzino.

E che farina è quella del sacco dei nostri politici?
Le proposte, gira gira, sono tutte molto generiche, petizioni di principio sulla riduzione delle tasse e il miglioramento della sanità. Ma ce ne fosse uno che spieghi come e in che modo vuole realizzarlo, che scenda nei dettagli.

Che impressione le ha fatto il dibattito tra Letta e Meloni al Corriere?
Che le differenze tra loro sembrano assottigliarsi. Cercano entrambi di ingraziarsi i poteri forti che stanno oltreoceano o nella finanza, proclamandosi atlantisti ed europeisti. Anche sul fronte divisivo dell'obbligo vaccinale c'è stato un grande silenzio, non se n'è parlato, nonostante dentro gli stessi partiti ci siano posizioni molto diverse.

E il Movimento 5 stelle?
Ha fallito completamente. Mi assumo la responsabilità di quello che sto per dire: il loro mi sembra un enorme voto di scambio. Ti do il reddito di cittadinanza se voti per me. Mi sembra di ritornare ai tempi delle scarpe di Achille Lauro.

Insomma, le proposte sono vaghe e poco diverse tra loro.
Del resto i problemi dovrebbero risolverli quelli che li hanno creati? Ricordo che fino a due mesi fa Draghi diceva che tutto va bene madama la marchesa. Vi ricordate Cingolani che smentiva qualunque problema di carattere energetico?

A proposito di Draghi, come sta gestendo questo periodo?
Sperava di cavarsela prima di essere seppellito dai guai, invece sono arrivati subito. E non mi sembra che stia prendendo decisioni significative, se non piccoli provvedimenti che secondo me non porteranno a nulla. Gli esperti di economia, per principio contro gli scostamenti di bilancio, dicono che di fronte ad una situazione così drammatica bisogna farne uno grosso subito. Altrimenti ce ne toccherà uno dieci volte più grande dopo, con la cassa integrazione, che per di più sarà inutile, perché ormai le imprese saranno chiuse.

Sarà per questo scenario ben poco esaltante che si prevede un grande astensionismo.
Oltre al fatto che gli elettori fanno fatica a capire come Calenda e Renzi, che se le sono dette di tutti i colori fino al giorno prima, poi si presentano insieme. Si rimane basiti.

O Di Maio che si allea con il Pd.
Solamente per avere un posto. Perché se lo danno allo 0,7% gli fanno un regalo. Detto che ai sondaggi non ci credo più tanto.

Il modello della grande informazione è rimasto quello del bipolarismo. Ma in realtà oggi i poli in campo sono ben più di due.
E vedo una grande differenza tra i partiti costituiti da tempo e le nuove formazioni cosiddette del dissenso. Il loro errore è stato quello di non mettersi d'accordo in un solo partito: d'altra parte siamo tutti italiani e teniamo al nostro seggiolino. Ma non c'è stato neanche il tempo di riflettere. Nonostante questo, sono loro a presentare i programmi più chiari di tutti. Eppure sono e sono state ampiamente emarginate da qualsiasi dibattito, se non in piccolissimi spazi, sui giornali nemmeno si nominano, fin quando si potevano pubblicare i sondaggi non venivano considerate.

Un esempio?
Il programma di Lucia Annunziata. I vari leader sono stati intervistati da lei uno a uno. Quando è toccato a Italia Sovrana e Popolare si sono presentati in cinque, di fronte a cinque giornalisti. Secondo me loro hanno tecnicamente sbagliato perché avrebbero dovuto far parlare un solo portavoce. Ma la conduttrice aveva premesso che avrebbe solo diretto il traffico, invece si è intromessa e ha fatto perdere tempo. Ha addirittura apostrofato Toscano accusandolo di dirigere una televisione «complottista»: ma come si permette? Così hanno potuto esprimere quattro concettini in venti secondi ciascuno, anche per colpa di qualche battibecco con i giornalisti. Mi è sembrata una trappola, un plotone di esecuzione, non ho capito perché nessuno abbia protestato.

Non sorprende più di tanto, visto che veniamo da tre anni in cui, prima con il Covid e poi con la guerra, è successa la stessa cosa: il dissenso è stato costantemente ridicolizzato quando non criminalizzato.
Non c'è spazio per il dissenso. Si ciancia tanto di democrazia, ma io vedo solo decisioni prese dall'alto. Eppure quelle famose piccole formazioni, in pochissimi giorni, sono riuscite a raccogliere decine di migliaia di firme. E vedo le loro piazze veramente piene. Nonostante i mass media continuino a martellare, l'insoddisfazione serpeggia.

Mi sembra di essere tornati ai tempi di Trump o della Brexit. Quando la grande stampa metteva in guardia dalla calata dei barbari e poi ha scoperto improvvisamente che votava al contrario di quanto loro si aspettassero.
Due esempi recenti: la Francia e la Norvegia, dove le formazioni di destra estrema hanno preso valanghe di voti. E uno più antico: quando nacque la Lega nessuno se la filava, sembrava un fenomeno da baraccone, con le loro corna da vichingo e le ampolle del Po. Ma bastava parlare con i tassisti per rendersi conto che c'era questo fenomeno serpeggiante che stava crescendo. Poi sono venuti fuori.

Non è che questo stesso fenomeno si sta verificando con il dissenso?
Assolutamente. Ma con un'aggravante: in quel caso era una forma di ottusità giornalistica, di fronte ad un fenomeno sociale che puzzava un po' di grossolanità. Adesso ci sono di mezzo i soldi. Un tempo la pubblicità era gestita dall'informazione, ora la gestisce. Le uniche voci fuori dal coro circolano sui social, che però, a parte forse Twitter e Telegram, sono censurati anche loro.

Basta questo a ingrossare le loro file?
Ho intervistato recentemente la storica direttrice delle politiche sociali del Censis: secondo lei l'area del dissenso, che veniva data intorno al 5%, ora rasenta il 25-30. Non è detto che si trasformi in un voto, ma sta crescendo. Secondo un libro recente, «Psicologia del dissenso», di un giovane psicologo statistico olandese di nome Desmet, quando si formano questi blocchi, l'area del dissenso rappresenta circa un quarto dei cittadini.

Anche stavolta, quindi, si aspetta qualche sorpresa dall'esito delle urne?
Credo di sì. Finalmente cadrà qualche testa che si credeva chissà che. Le sorprese potrebbero arrivare se gli astenuti, invece di restare a casa, facendo quindi l'interesse di quei pochi che votano, daranno la loro preferenza al dissenso. Quello sì che sarebbe un voto utile.

Alla faccia di quello di Letta...
Infatti.