22 settembre 2021
Aggiornato 10:00
L'intervista

Alberto: «Queste riaperture non bastano, bisogna tornare subito alla normalità»

Il dottor Stefano Alberto, psicologo e psicoterapeuta, spiega al DiariodelWeb.it perché le misure restrittive creano danni alla psiche e andrebbero eliminate

Alberto: «Queste riaperture non bastano, bisogna tornare subito alla normalità»
Alberto: «Queste riaperture non bastano, bisogna tornare subito alla normalità» ANSA

Gli effetti fisici del Covid-19, a questo punto, li conosciamo fin troppo bene, ma rappresentano solo un pezzo del problema. Un lato meno evidente, ma per certi versi ancora più preoccupante, è quello dei danni a livello psicologico creati dalle misure restrittive che si protraggono ormai da oltre un anno. Al DiariodelWeb.it ne parla il dottor Stefano Alberto, psicologo e psicoterapeuta, che fa parte del movimento di libera psicologia Sinergetica.

Dottor Stefano Alberto, quali sono le conseguenze psicologiche di questa pandemia che ormai dura da quasi un anno e mezzo?
Noi psicologi e psicoterapeuti ci eravamo già accorti dall'inizio che le misure restrittive avrebbero portato a disagi, perché non sono sostenibili nel tempo. È comprensibile che, quando vengono a mancare elementi di base della vita quotidiana, prima di tutto le relazioni, le persone vadano in stress, che a lungo andare diventa cronico. E ciò, a sua volta, può condurre ad un aumento delle psicopatologie.

Questa è stata la realtà che avete in effetti riscontrato?
Sì. Molti articoli che, finalmente, oggi si cominciano a leggere parlano di un incremento esponenziale della sofferenza psicologica. I ricoveri sono triplicati, ma c'è anche molto sommerso: prima di arrivare ai professionisti della salute psichica, le persone che sviluppano i sintomi se li tengono, cercano di controllarli, o al limite vanno in farmacia. C'è un abuso di medicinali, di alimentazione scorretta, di droghe. Quando arrivano dallo psicologo, è già tardi, perché non riescono più a gestire la situazione.

Secondo lei questo aspetto è stato sottovalutato dalle istituzioni, sia politiche che sanitarie? L'unico approccio è stato quello di chiudere per evitare di contrarre il virus, tralasciando dunque tutti gli altri aspetti.
Assolutamente sì, e questo è gravissimo. Noi psicologi avevamo avvisato le istituzioni con un grido di allarme, che però è rimasto lettera morta. Non siamo stati ascoltati nella fase di prevenzione e non lo siamo tuttora. L'aspetto psicologico, che invece è il cardine della nostra vita quotidiana, passa sempre in secondo piano. Prima di tutto il corpo. Ma, per la salute, sappiamo tutti che vanno garantite non solo le condizioni ambientali, ma anche quelle sociali, lavorative, interiori. Che non possono essere bloccate o addirittura vietate. Altrimenti non si vive più, ci si limita a vegetare, a sopravvivere solo fisicamente. E di tutte queste paure, angosce, fobie, aggressività sono responsabili le misure restrittive.

E poi, forse, anche il racconto che hanno fatto della pandemia sia i politici che i media.
Questo è terribile. Voi giornalisti avete una responsabilità immensa. La stragrande maggioranza delle persone si affida alla voce della televisione e della stampa. Perché cercare attivamente le informazioni, spulciando su Internet, è un fatto abbastanza di nicchia. Ormai, al posto dei fatti, si comunicano le interpretazioni: non c'è più nulla di scientifico o di credibile. Sappiamo bene che la tendenza al catastrofismo è sempre stata una delle leve di marketing, per vendere giornali e fare audience.

Lei mi insegna che la nostra mente razionale è costantemente concentrata sulle potenziali minacce e i potenziali pericoli e accende su quelli la propria attenzione.
Proprio così. Però questo fenomeno diventa morboso: una ricerca delle notizie sempre più inquietanti, un uso del lessico di guerra. Questo non fa bene alla psiche. In realtà, poi, la tendenza è quella di volerne uscire. Eppure c'è una sorta di automatismo per cui le persone cercano informazioni orribili, proprio per proteggersi a priori, ma rimangono avviluppate, ipnotizzate, invischiate in questo cortocircuito. E non sono più lucide. È saltato il principio di realtà.

Questi segnali di riapertura che giungono dal governo sono sufficienti?
Assolutamente no. Queste norme continuano a perpetrare l'immagine simbolica di un virus dilagante, che ammazza tutti in dieci giorni. Se vogliamo informarci più a fondo, la realtà non è questa. Le persone continuano a richiedere misure di protezione, ma che sono già a disposizione. Innanzitutto, a rischiare sono le persone molto anziane, che hanno già patologie importanti. Per le altre fasce della popolazione, i casi che si complicano sono pochissimi ed è su quelli che bisognerebbe intervenire in maniera repentina. Da oltre un anno esistono dei protocolli, sviluppati dai medici di terapia domiciliare, che funzionano.

Senza dover aspettare l'arrivo del vaccino, come se fosse il salvatore.
Questo è il problema, oggi. Questo intruglio, che non riesco a chiamare altrimenti, perché per parlare di vaccino ci vogliono accurati lavori di verifica che durano anni. Invece, in sei mesi hanno tirato fuori un prodotto farmaceutico, una terapia nuova, genica, che interviene nelle nostre cellule, senza che nessuno possa essere certo di cosa succederà. Ci sono dei sospetti enormi sugli effetti collaterali a lungo termine. Non è questa la via. Mantenere lo Stato italiano in emergenza, con numeri fittizi, estratti dai tamponi e non dai morti reali, significa avere il lasciapassare per inoculare la popolazione. Che rappresenta, a tutti gli effetti, una sperimentazione di massa. Che avviene, per giunta, attraverso forme di ricatto, come quella di togliere il lavoro ai sanitari che non accetteranno il siero.

Che cosa bisognerebbe fare delle misure restrittive imposte fino a questo momento dal governo?
È molto semplice, e non costerebbe nulla. Noi, che ci siamo interessati a questo fenomeno fin da subito, lo diciamo da un anno e due mesi. Bisogna concentrarsi sulle fasce deboli. Quindi fare in modo che, attraverso i protocolli di cura che esistono, tutte le persone possano ricevere le cure tempestivamente. L'intervento sulla sanità è la prima cosa da fare, in modo logico e razionale. Ci sono tutti gli strumenti per farlo, manca solo la volontà del governo, che sembra non avere più a cuore l'interesse dei cittadini italiani ma solo quello delle case farmaceutiche. L'altra azione è quella di eliminare radicalmente, e subito, tutte le misure che tolgono agli italiani la libertà di spostarsi, di lavorare, di viaggiare. Cioè, tornare esattamente al mondo di prima.