12 aprile 2021
Aggiornato 08:00
Enti locali

Salvini pensa a ripristinare le province. Ecco il caos generato dalla «riforma Delrio»

«Dobbiamo avere la forza, la buona volontà, il coraggio di rivedere un impianto istituzionale monco perché, all’italiana, c’è un ente che c’è e non c’è, che fa e non fa»

ROMA - Il ministro dell’interno Matteo Salvini pensa a reintrodurre le province. Intervenendo dal palco di un evento di poste italiane «Sindaci d’Italia» ha detto che «risolte le emergenze, dobbiamo avere la forza, la buona volontà, il coraggio di rivedere un impianto istituzionale monco perché, all’italiana, c’è un ente che c’è e non c’è, che fa e non fa». Soprattutto in alcune zone di montagna «non ha senso» secondo il leader della Lega cancellare l’ente provincia «senza dare una soluzione, lasciando soli i sindaci». «Probabilmente non dovrei dirlo se dovessi fare un calcolo elettorale - prosegue - ma non campo a pane e sondaggi. Se togli il sostegno dell’ente provincia, ci sono Comuni che in Regione ci arrivano se non facendo chilometri e non si possono abbandonare nella valle». Dunque, quello sulla reintroduzione delle province «sarà uno dei ragionamenti da fare».

La riforma Delrio
L'abolizione delle province era stata decisa dalla riforma degli enti locali voluta da Graziano Delrio, peccato che siano vive e vegete, e persino ancora obbligatorie, e dunque devono amministrare ed essere messe in grado di funzionare. La riforma delle province convertita in legge nell’aprile del 2014 dalla Camera non ha previsto un’abolizione totale delle province, ma una sostituzione con nuovi enti che hanno continuato a occuparsi di edilizia scolastica, tutela e valorizzazione dell’ambiente, trasporti, strade provinciali e per i quali, a differenza di prima, non sono più previste elezioni dirette. Per l’abolizione totale delle province sarebbe stata necessaria una modifica della Costituzione, ma solo come primo passaggio formale. La riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 dicembre prevedeva semplicemente di eliminare la parola «province» dalla Costituzione, rimandando poi a una futura legge ordinaria la determinazione delle funzioni e delle competenze di questi enti o la loro eventuale cancellazione (una nuova riforma dunque, che sostituisse la riforma Delrio).

Cos'è cambiato, davvero
Ma il caos regna sovrano. Ciò che è stato tolto alle province è la rappresentatività diretta, perché gli organi politici adesso sono composti da sindaci e consiglieri comunali che si eleggono tra di loro. Il ruolo dell’esecutivo, la giunta provinciale, è tutto accentrato nella figura del Presidente, niente più assessori. Per il resto però nulla è cambiato. Le province sono state sostituite da assemblee formate dai sindaci dei Comuni che fanno parte della provincia e da un presidente: è previsto anche un terzo organo, il consiglio provinciale, formato dal presidente della provincia e da un gruppo di 10-16 membri – in base al numero degli abitanti della provincia – eletti tra gli amministratori dei comuni interessati.

L'arrivo delle città metropolitane
Con la riforma Delrio le province sono «scese» da 107 a 97. In realtà le dieci rimanenti non sono state eliminate, ma trasformate in altrettante città metropolitane, organismi sempre di secondo livello, i cui territori coincidono con quelli delle province e che, di fatto, hanno le funzioni fondamentali delle vecchie. Le «città metropolitane» sono: Torino, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. La riforma costituzionale, non approvata dal referendum del 4 dicembre, prevedeva di eliminare la parola «province» dall’articolo 114 della Costituzione rimandando a una nuova legge ordinaria il riordino sostanziale e non solo formale di questi enti.