13 dicembre 2018
Aggiornato 06:00

La verità su Daisy: non fu razzismo, ma vergognoso teppismo

Per giorni, giornali e politica si sono indignati per l'«emergenza xenofobia». Ma stavano solo strumentalizzando una tragedia per guadagnare qualche voto
Daisy Osakue, la giovane atleta di origine nigeriana ferita ad un occhio lanciato da un'auto in corsa a Moncalieri
Daisy Osakue, la giovane atleta di origine nigeriana ferita ad un occhio lanciato da un'auto in corsa a Moncalieri (Alessandro Di Marco | ANSA)

ROMA – Il fatto: nella serata di domenica 29 giugno 2018, l'atleta Daisy Osakue, nata in Italia da genitori nigeriani, viene vigliaccamente aggredita in strada. Un gruppo di ragazzi, in provincia di Torino, le lanciano uova da un'auto in corsa, colpendola all'occhio e ferendole la cornea, mettendo a rischio la sua partecipazione ai prossimi campionati europei, ai quali si era qualificata per i suoi meriti sportivi.

La percezione e la realtà
Passano poche ore, e già la mattina successiva si scatena la prevedibile canea politico-mediatica. Dal centrosinistra Matteo Renzi parla di «emergenza razzismo in Italia, un'evidenza che nessuno può negare», dal centrodestra Mara Carfagna chiede di «estirpare alla radice l'odio razziale». Intervengono perfino i vescovi (monsignor Giovanni D'Ercole, responsabile delle comunicazioni sociali della Cei, manifesta «dolore, indignazione e profonda preoccupazione») e l'Onu (Felipe Camargo, rappresentante per il Sud Europa dell'agenzia per i rifugiati Unhcr, parla di «crescente numero di attacchi nei confronti di migranti, richiedenti asilo, rifugiati»). E la stampa si scatena, riempiendo per giorni le copertine dei giornali e i talk show televisivi di allarmi e accuse. Il colpevole, il responsabile politico, il mandante morale del gesto, manco a dirlo, sarebbe nientemeno che del ministro dell'Interno Matteo Salvini, che se la prende con gli immigrati, che sdogana il discorso xenofobo, che alimenta l'intolleranza, che Famiglia Cristiana arriva addirittura a paragonare a Satana in persona. Dopo meno di una settimana la procura, grazie ad indagini rapide ed efficaci, individua i responsabili, tra i quali (questo sia detto solo di passaggio) ci sarebbe anche il figlio di un consigliere comunale del Pd. Ma la vera sorpresa è un'altra: a loro non viene contestata l'aggravante dell'odio razziale, e loro stessi sostengono di aver agito solo perché «non sapevamo cosa fare». Nessun razzismo, dunque, bensì noia, teppismo, stupidità assoluta.

Sbatti il mostro in prima pagina
Dicendo questo, beninteso, non intendiamo assolutamente minimizzare il disgustoso atto che è stato commesso. La violenza è sbagliata e ingiustificabile, sempre, e va condannata con fermezza, severità e senza alibi né ambiguità, in tutti i casi. Ma è proprio questo il punto: in tutti i casi, non specialmente in quelli dove la vittima della violenza è una persona di colore. Invece, proprio da quando è entrato in carica il nuovo governo, si è iniziato a verificare uno strano riflesso condizionato: ogniqualvolta si compie un reato contro un nero, scatta automaticamente il coro degli indignati speciali, dei moralisti pelosi, dei sepolcri imbiancati che si stracciano le vesti. Questo non si chiama denunciare l'«emergenza razzismo»: si chiama strumentalizzare biecamente le tragedie personali per ottenerne un misero tornaconto politico. Proprio lo stesso tipo di comportamento, tra l'altro, di cui queste stesse persone accusano da sempre la Lega, quando si scaglia contro i furti, gli stupri o gli omicidi compiuti dagli extracomunitari. L'efficacia elettorale di queste azioni rimane tutta da dimostrare, ma se lorsignori sono veramente convinti di guadagnare un voto dipingendo i propri avversari politici come dei nazisti, fascisti, seguaci del Ku Klux Klan, si accomodassero pure. Almeno, però, avessero la decenza di lasciare in pace le vittime, che soffrono davvero le barbarie che vengono commesse contro di loro. Indipendentemente dal fatto che abbiano la pelle nera o bianca, e che i loro aguzzini abbiano o meno la tessera della Lega in tasca.