La domanda che in tanti si fanno: perché i migranti arrivano con i barconi e non in aereo?
Una domanda, in buona o cattiva fede, che in molti si fanno: viste le cifre che sono costretti a pagare per attraversare il Mediterraneo, perché non l'aereo?
ROMA - Che sia in buona o cattiva fede, la domanda è lecita e in molti se la fanno da un po': perché i migranti che arrivano in Italia lo fanno su barconi fatiscenti, rischiando la vita in mare aperto, affrontando un viaggio della speranza pagato a caro prezzo, e non possono invece acquistare, allo stesso prezzo, un volo per l'Europa? Per capire perché chi vuole venire in Europa decide di affidarsi a organizzazioni criminali e affrontare la terribile traversata del Mediterraneo, Marco Paggi, avvocato e socio dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), intervistato da Vice, dà una spiegazione molto semplice: «L’Europa è una fortezza blindata nella quale non si entra dalla porta principale.» Le quote per i flussi migratori «sono sostanzialmente bloccate. Attualmente esiste la possibilità di ingresso solo per investitori di somme considerevoli, come lavoratori autonomi o imprenditori; oppure lavoratori altamente specializzati, il che significa anche altamente retribuiti,» afferma Paggi. Ed è chiusa anche per chi volesse fare domanda d’asilo politico: per fare la richiesta, infatti, bisogna essere presenti nello Stato, non si può agire tramite ambasciate, né ottenere un permesso temporaneo per andare a chiedere protezione. «Chiedere asilo presso i consolati italiani,» spiega l’avvocato, «non solo concettualmente non è possibile, ma sarebbe anche considerato un atto di ostilità verso le autorità e i governi dei Paesi ospiti».
Il visto, questo sconosciuto
Poi c'è un'altra questione fondamentale: il visto. Alla maggior parte dei cittadini extra-Ue per salire su un aereo diretto nel vecchio continente è richiesto di possedere un visto, il cui ottenimento è complicato e costoso, quando non impossibile. «È inutile che ci si prenda in giro dicendo ‘perché non prendono l’aereo visto che hanno tutti questi soldi’, perché il visto d’ingresso non glielo danno» prosegue Paggi. «Un visto d’ingresso Schengen, quello per turismo, per intenderci, è a concessione altamente discrezionale. Se una persona non rende altamente verosimile l’intento di un soggiorno turistico in Italia o in un altro Paese dello spazio Schengen, il visto non lo avrà». Per rendere meglio l’idea, l’avvocato fa un esempio: «Se un funzionario ministeriale del proprio Paese con un bel posto di lavoro e un bel reddito si presenta al consolato italiano dicendo ‘ho comprato un pacchetto Valtur per me e per tutta la famiglia per 20 giorni,’ il visto turistico glielo danno di corsa. Se, invece, a presentarsi è una persona che dichiara di non avere lavoro, o di averne uno insufficiente, e dice di voler andare in Italia in vacanza ospite da amici, al consolato gli diranno che intende abusare del visto per turismo per poi restare illegalmente alla scadenza, e glielo negheranno».
Il paradosso della protezione
Per chi vuole entrare in Europa non c’è altra possibilità. E questo, poi, non fa altro che indurre paradossalmente a un uso strumentale della protezione internazionale, che a sua volta è un istituto inadeguato, per quella che è l’interpretazione attualmente adottata, a far fronte a situazioni che non rientrano nella persecuzione o nei trattamenti inumani e degradanti, cioè la fame, la desertificazione, idisastri ambientali o la fuga dalla corruzione sistematica.
Uno sponsor per lavorare?
Dal mondo del lavoro potrebbe arrivare un'alternativa, ma questo innesca altre dinamiche, come la competizione al ribasso, per esempio. «Il mondo del lavoro in Italia ha ripreso un po’ a girare, c’è domanda di manodopera» spiega ancora Paggi. «Il problema è che, a fronte di questo, abbiamo una disciplina di flussi migratori che di fatto non consente nessun flusso legale, e lascia come unica alternativa l’ingresso illegale tramite malavita organizzata». Una soluzione in questo senso potrebbe essere reintrodurre il sistema dello «sponsor», che in Italia è stato attivo dal 1999 al 2001, prima di essere soppresso con la Bossi-Fini. Questo permetteva ai migranti di entrare legalmente in Italia pagandosi le spese del viaggio con un visto per cercare lavoro, grazie a garanzie economiche offerte da un familiare o un altro garante. In questo modo, prosegue Paggi, «molte persone anziché mettere tutto quello che hanno - e anche quello che non hanno - nelle mani di organizzazioni criminali per cercare di arrivare in Italia pagherebbero più volentieri una polizza fideiussoria». Allora la misura era stata usata in quantità «omeopatica».Ma per quelle poche quote per cui è stato autorizzato «ha funzionato bene, lo dicevano anche le questure. Le persone si erano inserite nel mondo del lavoro, stabilizzandosi. Adesso abbiamo un blocco totale» conclude.
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