17 agosto 2022
Aggiornato 00:30
L'analisi

Burkini, la libertà di oggi è la libertà di poter essere schiavi in santa pace

In questa polemica dovremmo innanzitutto ricordarci che il velo nasce per proteggere le donne. E che se le donne lo indossano spesso è per paura

ROMA - In un recente commento Hamza Picardo, presidente dell’Ucoii (Unione comunità islamiche italiane) ha chiesto che sia introdotta nell’ordinamento giuridico italiano la possibilità del matrimonio poligamo. Il suo ragionamento è semplice: è una forma d’amore come tante altre, perché vietarla? Sorvolando sui passi del Corano in cui chiaramente si mette in relazione la poligamia con determinate condizioni volte a creare un ammortizzatore sociale per le donne rimaste vedove dei mariti morti in guerra e dei loro figli rimasti orfani, viene da domandarsi in base a quale principio etico attualmente in voga si possa rispondere «no» a tale richiesta. Oggi tutto è permesso in base ad una sedicente libertà scaturente dal più reazionario degli slogan partorito nel 1968 «vietato vietare», dimentichi di uno dei cardini delle filosofia aristotelica, e non solo: la libertà vive in funzione dei confini.

Il velo nasce per proteggere le donne
Si rimane perplessi di fronte al dibattito sul cosiddetto burkini. Anzi, sul diritto, nientemeno, della donna ad indossare tale indumento in spiaggia. Nonché tutti gli altri vestiti «tradizionali» con cui le donne islamiche si coprono nelle città occidentali e medio orientali. Anche in questo caso totalmente dimentichi, pardon ignoranti, che tali indumenti nascono per proteggere il corpo della donna - e dell’uomo - da agenti atmosferici caratteristici delle zone desertiche. Dettagli, roba vecchia, superata, cose d’altri tempi. Uno spericolato sillogismo porta addirittura a equiparare la minigonna con l’hijab, perché «la donna ha diritto ad indossare cosa le pare», chiosa retorica che non lascia spazio a contraddittorio perché altrimenti si è subito fascisti.

Le donne si adeguano per paura
Io mi pongo delle domande che forse hanno più a che fare con la termodinamica: in una estate torrida, lungo un viale di cemento, cosa è meglio indossare? Un cappotto con guanti e foulard o un vestito normale? Una palandrana totalmente nera spessa e pesante – il nero, come noto, rinfresca – o una gonna? Da un punto di vista fisico, cosa fa meglio al corpo della donna? Se questa epica «libertà» non fosse imposta – ricordiamo sempre le parole di Sartre: «Ma quale libertà, non siamo liberi di sceglierci manco il colore delle scarpe» – dove cadrebbe la scelta? E’ molto probabile che la donna islamica farebbe la stessa scelta del marito islamico, che per stare un po’ più fresco al mare indosserebbe un costume, e in giro per la città un paio di bermuda a fiori. E’ molto probabile, anzi è certo, che indossare tali indumenti con un clima torrido provochi sofferenza e danno fisico. Semplicemente la donna si adegua, come ha sempre fatto, per paura. Prima si adegua, prima si abitua, poi rivendica.

"Non c’erano differenze, c’era l’uguaglianza che creava un’armonia estetica ed etica"
Ed è davvero originale leggere che i musulmani hanno diritto ad indossare i loro abiti tradizionali. Questo è ovviamente doveroso, anche qui però si dovrebbe capire cosa siano gli «abiti tradizionali», ma dovrebbe valere per entrambi i sessi. Io vedo solo donne indossare questi «abiti tradizionali». Penso di aver girato tutto il Medio Oriente e sono rimasto affascinato dall’estetica degli uomini e delle donne del deserto. Entrambi coperti dalla testa ai piedi perché, ancora una volta, una uguaglianza dettata dallo stato delle cose creava un sistema di valori paritario, e forse addirittura libero. Non c’erano differenze, c’era l’uguaglianza che creava un’armonia estetica ed etica.

Occidente, lo stesso concetto di dominio sulla donna
Ma noi, in questo occidente devastato dai sensi di colpa, giusti per altro, per quanto combina in Medio Oriente, siamo ciechi come gli infelici di Saramago. Non vediamo queste scene dove l’uomo impone e rivendica la totale proprietà della donna, addirittura la proprietà dello sguardo altrui. Non vediamo, in questo periodo oscuro, che questo abbigliamento non ha nulla a che vedere con i simboli religiosi. Forse perché l’estremo occidente dove viviamo ha lo stesso concetto di dominio, sulla donna e sul creato in generale, dell’estremo Medio Oriente. E’ lo stesso principio per cui si invoca, sempre in nome della libertà – parola divenuta ormai impronunciabile – la liberalizzazione dell’utero in affitto.

La libertà di oggi è la libertà di poter essere schiavi in santa pace
Tempo fa, un gruppo di cinesi che vivono vicino a Firenze, ha inscenato una violenta protesta contro le forme di controllo che nelle loro fabbriche vengono perpetrate, a loro dire, dalle istituzioni. Controlli sulle condizioni igieniche e di lavoro, affinché siano rispettati almeno minimamente standard di civiltà minimi. La loro furia – diversi poliziotti sono stati feriti durante gli scontri – andava contro tutto ciò e chiedevano a gran voce di poter essere un pezzo della Cina schiavista in Italia. Vedo un tragica similitudine tra questo e la vicenda del burkini. La libertà di oggi è la libertà di poter essere schiavi in santa pace.