21 ottobre 2019
Aggiornato 16:30
L'intervista a Claudia Terzi (LN)

La Kyenge di fatto scalza il presepe a favore del Corano

Dopo lo scalpore suscitato dalla decisione del preside del De Amicis di Bergamo di rimuovere il presepe nel suo istituto, proseguono le polemiche tra i sostenitori delle tradizioni religiose cristiane e chi, invece, considera presepe e crocifisso simboli "esclusivi" e non "inclusivi". L'assessore lombarda all'Ambiente Claudia Terzi (LN) parla al DiariodelWeb.it

ROMA - La notizia del preside dell'istituto De Amicis di Bergamo che ha scelto di rimuovere il presepe nella sua scuola, com'era prevedibile, ha suscitato non poca indignazione e molte critiche da parte dei difensori ad oltranza «delle origini e delle tradizioni». La polemica segue la scia dell'accesa dialettica tra i sostenitori del crocifisso nei luoghi pubblici e chi, invece, lo ritiene offensivo per gli atei o per gli appartenenti ad altre religioni. La vicenda, di fatto, interpella la controversa questione dell'integrazione, ed impone una riflessione su che cosa, effettivamente, tale termine significhi. Noi del DiariodelWeb.it abbiamo raccolto il parere di Claudia Terzi (Lega Nord), Assessore all’Ambiente, Energia e Sviluppo sostenibile di Regione Lombardia.

Come commenta la decisione del preside dell’istituto De Amicis di Bergamo di togliere il presepe?

«Su questa vicenda mi definisco molto sorpresa, per il semplice fatto che mi pare una follia che in Italia ci si ponga come problema quello del presepe», dichiara Claudia Terzi, «specialmente all’interno di una scuola dove dovrebbero essere garantite un’educazione a 360 gradi e tradizioni di carattere religioso come, appunto, il presepe, che, poi nella provincia di Bergamo sono profondamente radicate. Tra l’altro», prosegue l’Assessore all’Ambiente, «il divieto della realizzazione del presepe non sembrerebbe essere stato richiesto a furor di popolo, ma è stato una presa di posizione del preside. A parte il fatto che, secondo me, una decisione di questo tipo non sta né in cielo né in terra; mi chiedo anche che cosa il preside abbia potuto pensare, per arrivare a una conclusione di questo tipo. Qui non è questione di integrazione, ma di particolare sensibilità di alcune famiglie rispetto ad altre; ma se dobbiamo tutelare una parte degli studenti, non capisco perché non lo si faccia parimenti con l’altra parte, che invece il presepe l’ha sempre voluto e magari lo tiene in casa. A prescindere da questo, gli altri studenti possono comunque apprezzare o non essere infastiditi dalla presenza del presepe. Questa idea di buonismo che si concretizza in un razzismo al contrario, secondo me, è intollerabile, soprattutto all’interno di una scuola», conclude.

Cecile Kyenge così si è espressa sulla vicenda, dalla sua pagina facebook: «Sul presepe a Bergamo. Penso e non ho alcuna difficoltà a dire che è un errore proibire la costruzione e la collocazione di un presepe a scuola, come sarebbe avvenuto alla scuola De Amicis di Bergamo. Non condivido affatto questa scelta: l’integrazione non avviene per sottrazione e negazione, ma con l’incontro e il riconoscimento della reciproca ricchezza culturale. [...] Quanto alla sceneggiata di ieri di Matteo Salvini & Co è ancora una volta strumentale: ne sono interpreti proprio coloro che fino a ieri l’altro armeggiavano fra ampolle e rituali celtici, proprio per recidere i valori di solidarietà del cristianesimo, di cui è simbolo il presepe e Colui la cui nascita il presepe ricorda». Come commenta queste dichiarazioni?

«Di quello che pensa la signora in questione onestamente mi interessa poco, soprattutto se da parte sua deve essere un motivo di intervento e strumentalizzazioni e di occasione per finire sulle pagine dei giornali», puntualizza la Terzi. «Penso che avrebbe potuto limitarsi ad una condivisione della critica della decisione del preside. Che la Lega e che Matteo Salvini siano tra i preferiti pensieri della Kyenge, ormai, mi pare assodato, visto che ogni volta che interviene in qualunque situazione e in qualunque trasmissione, immancabilmente, anche quando non c’entriamo niente, veniamo tirati in ballo», affonda. «D’altra parte poi, a maggior ragione mi pare una follia il fatto che possa essere considerata una strumentalizzazione il passaggio di Matteo Salvini, avvenuto all’ultimo momento quando ha saputo di questa manifestazione volontaria nata tra le mamme degli studenti. Salvini è intervenuto con tanti genitori e ragazzini che frequentano la scuola, per posare in maniera simbolica le statue della natività: non vedo dove sia la strumentalizzazione. D’altra parte», prosegue, «ricordo alla signora Kyenge che gli unici, o pressoché gli unici, in Italia, ad aver difeso un altro simbolo religioso importante per la Cristianità nei luoghi pubblici, che è il crocifisso: probabilmente la Kyenge potrebbe trovare strumentale anche questa posizione. Invece, io la vedo come un atteggiamento del tutto coerente e rispettoso delle nostre radici e delle nostre origini».

La Giunta comunale di Romano, in provincia di Bergamo, ha approvato l’avvio di una scuola di lingua araba e una di lingua romena, data l’elevata presenza nel Comune di stranieri provenienti da Romania, Albania, Marocco e India. D’altra parte, i cristianosociali tedeschi hanno di recente auspicato che gli immigrati parlassero tedesco anche in casa. Ritiene che il «modello» cristianosociale tedesco debba essere proposto anche in Italia?

«Io sono convinta del fatto che prima di aprire scuole di arabo in Italia per l’alta presenza di stranieri, bisognerebbe fare in modo che tutti gli stranieri che vivono in Italia non solo conoscano la nostra lingua, ma anche la cultura italiana e, prima di ogni cosa, quelle che sono le norme che regolano, o che regolavano fino a poco tempo fa, il vivere civile in Italia», dichiara. «Non è così che si fa integrazione; l’integrazione si fa, appunto, facendo in modo che queste persone conoscano la cultura, la società, la storia del Paese in cui hanno deciso di vivere. Quindi mi trovo casualmente più vicino a quella che è la politica tedesca rispetto alla politica del neo-sindaco di Romano», conclude.