19 gennaio 2020
Aggiornato 17:00
Partiti | La Lega di Maroni

Nella Lega tregua armata, per ora

Al primo incontro dei vertici leghisti dopo le elezioni, il segretario federale Roberto Maroni, dopo aver messo sul piatto le sue dimissioni, ha incassato la fiducia del Consiglio federale, riunito oggi per oltre due ore in via Bellerio

MILANO - Alla fine, la prevista, e per alcuni temuta, resa dei conti interna nella Lega non c'è stata. O per lo meno è stata rimandata. Al primo incontro dei vertici leghisti dopo le elezioni, il segretario federale Roberto Maroni, dopo aver messo sul piatto le sue dimissioni, ha incassato la fiducia del Consiglio federale, riunito oggi per oltre due ore in via Bellerio. Ma non quella di un pezzo da novanta, Umberto Bossi, che alla proposta di accoglimento delle dimissioni di Maroni, pur presente in sala, non ha votato, mentre tutta la dirigenza leghista ha espresso un chiaro «no». Oggi pomeriggio neppure i mal di pancia dei veneti, ancora scottati dal pesante calo di consensi, si sono rivelati apertamente. E alla fine l'unico a mettere in discussione il rinnovo della fiducia a Maroni è stato proprio l'ex leader Umberto Bossi, ma senza successo.

Il fondatore della Lega avrebbe affermato, durante il dibattito al Consiglio federale, che le dimissioni di Maroni dovevano essere «irrevocabili», come furono le sue un anno fa. E ha aggiunto: «Bisogna andare al congresso» per eleggere un nuovo segretario federale. Un intervento, quello di Bossi, caduto nel silenzio. Fino al voto di riconferma della leadership, che Maroni ha incassato all'unanimità (tranne il suo e quello di Bossi, che non ha votato).

Maroni resta, spiega chi è vicino al segretario, per garantire la tenuta e l'unità del partito in un periodo di prevedibili future turbolenze interne. Una decisione presa anche in considerazione che si è alla vigilia delle importanti amministrative di Brescia, Vicenza, Treviso, Sondrio, Lodi che si terranno a maggio. Ricevuto il mandato, Maroni ha condizionato la continuazione della sua leadership alla fine delle esternazioni delle divisioni interne. «D'ora in poi non voglio più che emergano spaccature, i panni sporchi si lavano in casa, avrebbe detto. Se c'è qualcosa che non va ce la diciamo tra di noi, per il bene di tutti».

Il mandato previsto dallo Statuto scade nel 2015. Ma è difficile ipotizzare che Maroni guidi la Lega effettivamente fino a quella data: la scelta imprevista di aderire al gruppo della Regione della Lista civica a suo nome, decisione che ha suscitato stupero e qualche polemica tra gli stessi leghisti, viene letta come un chiaro segnale che Maroni ha in mente, come del resto ha già anticipato, un progetto politico più ampio e che oltrepassa i confini storici della Lega.

Intanto, tra i «bossiani» della prima ora c'è chi assicura che la resa dei conti è solo rimandata e che «al cento per cento» il fondatore della Lega è pronto ad uscire dal Movimento prima di Pontida, il prossimo 7 aprile, per lanciare un nuovo soggetto politico.