16 ottobre 2019
Aggiornato 16:30
Assemblea Nazionale MoDem

I Modem sfidano la linea Bersani: Cambio di rotta su voto e alleanze

Veltroni: «Non discuto la leadership». Franceschini e Letta all'assemblea. Bersani: «La scelta non è nelle nostre mani». D'Alema: «Stiamo uniti»

ROMA - Non è una messa in discussione della leadership di Pier Luigi Bersani perchè da Veltroni in giù tutti assicurano che non è quello il tema al momento, ma con la linea politica e chi la esprime sicuramente ha a che fare la «sfida» rilanciata oggi dall'assemblea di Movimento democratico per un cambio di rotta sul governo di transizione e il voto anticipato e alle alleanze. Un tema, quest'ultimo indicato oggi anche da Dario Franceschini, da tempo sostenitore di una Grande alleanza costituzionale che coinvolga il Terzo polo per la prossima legislatura. Più cauto Enrico Letta che però un avvertimento lo ha lanciato: «Il dopo-Berlusconi mette a rischio anche l'esistenza del Pd, non cerchiamo nuovi uomini neri» anche perchè stavolta «non vinceremo di risulta ma solo se sapremo convincere».
L'assemblea di Modem riunita oggi a Roma ha visto per la prima volta, in qualità di «ospiti», anche due esponenti della «maggioranza»: Enrico Letta e Dario Franceschini. Una presenza che viene notata anche perchè alla Direzione nazionale della settimana scorsa si era registrata una sintonia inedita tra le diverse aree proprio sul governo di responsabilità nazionale. Ma il convitato di pietra non poteva che essere Bersani e la sua leadership. Ecco perchè Veltroni ha voluto sgombrare il campo dalle dietrologie: «Non ho fatto e non farò mai a Bersani quello che è stato fatto a me», ha detto rievocando gli attacchi subiti quando era segretario.

«Le correnti non mi piacciono, non mi sono mai piaciute», ha esordito Veltroni all'assemblea di Modem, e poichè «io non penso che chi chiede le elezioni lo faccia per salvare la leadership di Bersani, chi chiede un governo di transizione lo fa solo per indicare una prospettiva positiva», non per altri fini insomma, «e perché non si può andare a elezioni adesso con una legge elettorale che crea un Parlamento di nominati».
«Sarebbe banale e sgradevole pensare che questo contributo, che è un atto d'amore verso il Pd, sia un'edizione degli Sgommati 2, la vendetta, ossia che stiamo dicendo Bersani a casa perché non è questa la nostra finalità - ha assicurato Beppe Fioroni -, la nostra finalità è più ambiziosa: cambiare il profilo del partito, un profilo che non ci ha portato da nessuna parte» perchè «dire sì a un governo di larghe intese ma anche sì al voto anticipato non è credibile».

Paolo Gentiloni è stato il più duro ed esplicito: «Ad un anno dal Lingotto Modem rilancia la sfida: chiediamo un cambio di rotta non sulle modifiche procedurali o sulla leadership ma nelle scelte politiche e sul riformismo. Serve chiarezza sul governo di emergenza, il Pd deve battersi per allargare le incrinature nella maggioranza - ha aggiunto - perché se ci limitiamo a non escluderlo e a contemplarlo non aiuteremo questa soluzione e alla fine saremo solo portatori d'acqua». Una proposta che però secondo Franceschini «non può essere illimitata nel tempo. A gennaio la Consulta si pronuncerà sull'ammissibilità del referendum per l'abrogazione del porcellum e questo farà scattare nel centrodestra diverse spinte, perciò la proposta di un governo di transizione sta in campo solo fino a Natale. Noi lavoriamo perché avvenga adesso e su questo il partito è unito».

Franceschini ha chiesto di aprire un confronto nel Pd sulle alleanze: «Io penso che caduto Berlusconi dovremo ricostruire un tessuto di valori condiviso, è un lavoro ciclopico che non può fare solo una coalizione ristretta formata da Pd, Idv e Sel perché con loro possiamo anche vincere, con il 40 per cento, ma poi? Serve una coalizione la più larga possibile, fatta da tutte le forze che oggi sono all'opposizione», quindi anche Udc e Fini, per una alleanza elettorale costituzionale che ricostruisca il paese, solo dopo si potrà tornare ad «una normale alternanza».

Sulle alleanze Veltroni ha invece riproposto la tesi della vocazione maggioritaria, che, ha puntualizzato, non voleva dire «andare da soli», ma assegnare al Pd una maggiore responsabilità, che dovrebbe assumere anche adesso: «tutto dipende dal Pd, un Pd grande che strappi voti al centrodestra», e che partendo «dalla sua forza, tornando al 33% e superandolo, fa alleanze sulle cose da fare, quindi sui programmi prima che con le persone». E infine un affondo sulla polemica partito-leggero o partito pesante: «Il partito pesante affonda, serve un partito aperto che esalti non le appartenenze ma le adesioni».

In serata Bersani ha risposto così alle critiche della minoranza: «Queste scelte non sono nelle nostre mani» perciò noi «dobbiamo essere disponibili a prendere delle responsabilità in un governo di transizione» ma «se questa possibilità non c'è bisogna certamente andare ad elezioni anticipate, perchè fino al 2003 così non ci si può arrivare». Massimo D'Alema fa invece un appello all'unità: «Io credo che in questo momento è molto importante che il Pd sia sostanzialmente unito. Anche nel proporre una prospettiva politica che è quella di una maggioranza ampia fondata su un patto tra progressisti e moderati».