6 aprile 2020
Aggiornato 01:00
Milano

Sciolta nell'acido la donna che denunciò la 'ndrangheta

Sei arresti per il sequestro e l'omicidio di Lea Garofalo. L'omicidio è stato organizzato dal suo ex compagno, Carlo Cosco

MILANO - I carabinieri hanno eseguito nella notte sei ordinanze di custodia cautelare in carcere, a vario titolo, per il sequestro, l'omicidio e l'occultamento del cadavere di Lea Garofalo, la 35enne ex collaboratrice di giustizia, scomparsa a Milano circa un anno fa. Secondo gli inquirenti, infatti, la donna sarebbe stata assassinata e il suo corpo sciolto nell'acido in un terreno di San Fruttuoso, nei pressi di Monza, per punirla per la sua collaborazione con i magistrati. I provvedimenti sono stati richiesti dal procuratore aggiunto di Milano Alberto Nobili e dai pm Marcello Tatangelo e Letizia Mannella, e disposti dal gip milanese Giuseppe Gennari.

COINVOLTO L'EX CONVIVENTE - Le persone raggiunte dall'ordinanza sono l'ex convivente e padre della figlia della Garofalo, Carlo Cosco, e Massimo Sabatino, entrambi già in carcere con l'accusa di tentato sequestro di persona, per aver tentato di rapire la donna nel maggio 2009 a Campobasso. Altre due persone sono state arrestati a Milano, in zona via Montello, e altre due a Petilia Policastro (Crotone); sarebbero tutti presunti appartenenti a un clan della 'ndrangheta.

ESECUZIONE MAFIOSA - Secondo quanto riferiscono gli investigatori, l'omicidio della 35enne sarebbe stata una vera e propria esecuzione mafiosa, compiuto in una casupola che sorge tra i prati del quartiere di Monza, dopo che la donna era stata prelevata dall'ex convivente nella sua casa di Milano. Portata nel capanno sarebbe stata con ogni probabilità interrogata in merito alla sua collaborazione con i magistrati iniziata nel 2002, e poi uccisa, probabilmente a colpi di pistola. Infine il cadavere sarebbe stato sciolto nell'acido per fare sparire ogni traccia, come accadde con quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore Santino, assassinato nel 1996 dai corleonesi al termine di un sequestro di tre anni. A Milano i carabinieri del Nucleo investigativo hanno arrestato i pregiudicati Giuseppe «Smith» Cosco e Vito Cosco, mentre a Petilia Policastro, le manette sono scattate ai polsi di Rosario Curcio e Carmine Venturino. Sarebbero tutti parenti e conoscenti di Carlo Cosco, l'ex compagno della Garofalo.

L'ORDINANZA DEL GIP - Lea Garofolo è stata uccisa perché collaborava con la giustizia e in particolare per le sue dichiarazioni circa l'omicidio di Antonio Combierati. «Le ragioni poste alla base dell'eliminazione della donna risiedono nel contenuto delle dichiarazioni fatte ai magistrati con particolare riferimento all'omicidio di Antonio Combierati elemento di spicco della criminalità calabrese». È questo uno dei passaggi dell'ordine di custodia cautelare in carcere emesso dal gip milanese Giuseppe Gennari a carico di sei persone ritenute responsabili del sequestro e dell'omicidio della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. La collaboratrice di giustizia aveva dichiarato agli inquirenti che il responsabile dell'omicidio di Combierati era il suo ex fidanzato Carlo Cosco, che è destinatario dell'ordine di custodia cautelare.
Lea Garofolo è stata uccisa perché collaborava con la giustizia con la 'ndrangheta; Massimo Sabatino e Carmine Venturino hanno sequestrato la vittima e l'hanno consegnata a Vito e Giuseppe Cosco, i quali l'hanno interrogata e poi uccisa con un colpo di pistola. Poi il corpo è stato sciolto nell'acido per simulare una scomparsa volontaria da parte della donna. E' quanto emerge dall'ordinanza di custodia cautelare del Giudice per le indagini preliminari Giuseppe Gennari, che ha ordinato la custodia cautelare per i quattro e anche per Carlo Cosco e Rosario Curcio.
Vi è poi l'aggravante della premeditazione; alcuni degli imputati fra cui Carlo Cosco, Vito Cosco e Massimo Sabatino avevano già posto in essere nel maggio 2009 un altro tentativo a Campobasso diretto a sequestrare la vittima per interrogarla e poi ucciderla. Inoltre vi è l'aggravante dell'abuso di relazioni domestiche: Carlo Cosco, ex convivente della donna, l'aveva attirata con un pretesto a Milano, approfittando della relazione che li legava e del «rapporto di fiducia», dicono i magistrati, nato dalla necessità di mantenere i rapporti a causa della figlia dei due, Denise Cosco, da poco divenuta maggiorenne.
Carlo Cosco, secondo il Gip, contattò i complici e si assicurò i mezzi (furgone, pistola, magazzino o deposito dove procedere all'interrogatorio della vittima) necessari per la sua esecuzione almeno quattro giorni prima.

CARABINIERI - Quando la sera del 25 novembre 2009 Carlo Cosco si presentò alla Stazione dei carabinieri di via Moscova a Milano con la figlia per denunciare la scomparsa dell'ex compagna Lea Garofalo, la donna era già stata uccisa. Ne sono convinti i carabinieri della Seconda sezione del nucleo investigativo di Milano.
«La Garofalo ha purtroppo commesso due gravi imprudenze - spiega un investigatore dell'Arma - la prima consiste nell'essere tornata a Milano il 20 novembre 2009, dopo circa dieci anni, fidandosi dell'ex compagno Carlo Cosco che aveva lasciato nel 1996 e che le diceva di volerle parlare dell'avvenire della figlia, e la seconda quella di aver accettato di separarsi per qualche ora dalla ragazzina per permetterle di salutare i parenti del suo ex». Due errori che le sono stati fatali e che non commise il 5 maggio 2009, quando a Campobasso sfuggì a un maldestro tentativo di sequestro proprio grazie all'intervento della figlia. Per quel tentato rapimento, che con ogni probabilità si sarebbe concluso con l'omicidio, nel febbraio scorso finirono in manette il 40enne ex fidanzato e il 37enne Massimo Sabatino che per entrare nell'appartamento della Garofalo si era finto idraulico.

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