15 novembre 2019
Aggiornato 18:00
Dossier Telecom

Tronchetti si difende: ecco la verità

Il presidente di Pirelli: «L'unica cosa giusta che racconta Tavaroli è che sono indipendente e quindi pago un prezzo. La politica mi costrinse a cedere l'azienda»

ROMA - Marco Tronchetti si difende e contrattacca, sulle accuse dell'ex capo della security di Telecom, di essere sempre stato al corrente delle sue attività. «E' strano - dice l'ex presidente di Telecom sulle accuse di Tavaroli e di altri ex dirigenti della security contenute in diverse recenti interviste- che Tavaroli mi accusi di aver saputo dei suoi dossier illegali sui giornali: ai magistrati ha detto il contrario». E questo, sottolinea il Presidente della Pirelli, «è uno dei motivi per cui non sono entrato nel processo»: perché «quello che certi signori dicono fuori dalle aule giudiziarie è tutt'altra cosa». Insomma, «l'unica cosa giusta che Tavaroli racconta è che sono un uomo indipendente e per questo pago un prezzo».

LA POLITICA MI COSTRINSE A CEDERE L'AZIENDA - Tronchetti, in una lunga e circostanziata intervista con il Giornale e sui suoi anni alla guida di Telecom e su quanto emerso circa dossier confezionati dalla sicurezza della compagnia negli anni di sua presidenza e attività di 'spionaggio' , racconta fra l'altro che «De Benedetti fu l'unico a vedere le carte del 'ricatto' e mi disse che non c'era nulla, se non i numeri di telaio delle auto». E fa anche una rivelazione destinata a lasciare strascichi: «I media e la politica - afferma - mi costrinsero a cedere l'azienda: avevo un'offerta Usa molto più generosa ma la bloccarono».