McCain nella bufera di Wall Street
La crisi finanziaria al centro della campagna elettorale
La corsa delle presidenziali 2008 è stata spesso raccontata con gli occhi stupiti di chi ammirava una delle competizioni più singolare e coinvolgenti degli ultimi anni. Prima di tutto per i due candidati «outsider» che dovranno conquistarsi le chiavi dell’ufficio più prestigioso al mondo, lo studio ovale di Washington, poi per gli innumerevoli eventi che, in un modo o nell’altro, hanno determinato l’agenda della campagna elettorale in maniera decisiva. A partire dall’uragano Gustav fino a giungere al drammatico crollo della Lehman Brothers.
Se la gestione mediatica del pericolo «Gustav» aveva giovato a John McCain, non si può dire la stessa cosa per il fallimento della prestigiosa banca d’investimenti. «Come può McCain riparare l'economia se non sa che si è rotta?», ha ironizzato il democratico Obama riportando alla memoria la clamorosa gaffe dell’avversario quando aveva affermato che «i fondamenti dell'economia erano solidi».
Nonostante entrambi i candidati abbiano speso parole di condanna contro «l'azzardo morale», la licenza di rischiare, la prassi spericolata che per dieci anni è stata la filosofia dominante a Wall Street, Obama non ha smesso di ricordare il ruolo e le responsabilità che McCain ha avuto in questa faccenda.
Per oltre vent’anni il candidato repubblicano ha rappresentato in Senato il partito che ha permesso la deregulation di Wall Street. Secondo il senatore afroamericano è impossibile dimenticarlo: «McCain non capisce, in 26 anni non ha fatto niente per prevenire il crack».
Obama ha anche bocciato la proposta dell'avversario di istituire una commissione in stile 11 settembre per studiare ricette anticrack. «Questo non è l'11 settembre. Sappiamo chi ci ha messo nei guai. Ora ci serve una leadership che ci tiri fuori. Io ve la posso dare, McCain no».
La crisi finanziaria di certo non gioverà alla compagine repubblicana. L’economia è uno dei temi caldi della campagna elettorale. La cattiva gestione di una simile situazione potrebbe muovere la preziosa opinione della middle class americana legata al Grand Old Party, il partito di McCain, verso l’alternativa proposta dei democratici.
In effetti i sondaggi sembrano ora ridimensionare il distacco fisiologico ottenuto da McCain dopo la sovraesposizione mediatica post-convention. L’ultima media nazionale dà infatti il senatore dell'Arizona avanti di un modestissimo 0,8 per cento, troppo poco per essere definito un reale vantaggio, troppo poco per assicurarsi quel salvagente elettorale necessario per salvarsi dalla tempesta di Wall Street.
La crisi che sta scuotendo l'economia americana «non e' altro che il verdetto finale su una filosofia economica che ha completamente fallito. – ha detto il senatore dell’Illinois - E' il momento di porre fine a questo sistema corrotto di Washington che sta distruggendo l'economia americana. E' il momento di un cambiamento che segni una vera differenza nelle nostre vite».
Questa volta il messaggio di Obama ha una potenza ancora più forte. Quel cambiamento cercato, ambito e preteso dagli americani è ora necessario più che mai. Dopo due decenni di deregolamentazione dell'economia, avviata dal presidente Reagan, è giunto il momento di una «regolamentazione quadro per il XXI secolo».
G.R.
- 04/11/2008 America al voto, il giorno della verità
- 02/11/2008 I Repubblicani cercano la rimonta ma i sondaggi favoriscono Obama
- 30/10/2008 Obama, maxispot per gli indecisi
- 23/10/2008 Obama in vantaggio di 12 punti