Democratici, il coraggio di sognare
Michelle Obama e Ted Kennedy aprono la convention di Denver
Bella, forte, determinata. Michelle Robinson Obama, sul palco del Pepsi Center, è come l’America immaginata da suo marito: fiera ma non arrogante, coraggiosa ma non imprudente. Lo sguardo sereno e un tono disteso fanno da cornice alle sue parole, alla sua storia.
Lei, cresciuta nei quartieri sud di Chicago, una ragazza della classe operaia che è riuscita ad affermarsi, come donna e come cittadina. La forza è al centro del suo discorso. La forza di cambiare, ma anche la forza di non gettare mai la spugna. E sono proprio i valori, per Michelle, che indicano «come lavorando duro si ottiene quello che si vuole nella vita, che ci insegnano come la parola data sia il vincolo che ci lega agli altri, che le promesse vanno mantenute, che le persone si trattano con rispetto e dignità».
Nell’intervento della ragazza «terribile» c’è tutto il bagaglio emozionale dell’America che sogna il cambiamento, il futuro e soprattutto la famiglia: «Vi parlo come una madre, per cui le figlie sono il cuore del cuore, il centro del mondo, la prima cosa alla quale penso la mattina e l'ultima alla quale penso prima di addormentarmi. Il loro futuro, il futuro dei figli di tutta l'America, è in gioco in queste elezioni».
Non manca nemmeno un omaggio doveroso all’avversaria delle primarie, favorita appena un anno fa: «Sono persone come Hillary Clinton - ha detto Michelle - che ha saputo mettere 18 milioni di crepe nel muro che ha impedito finora di eleggere una donna alla Casa Bianca, sono persone come lei che consentono ai nostri figli e alle nostre figlie di avere sogni più grandi e di puntare più lontano».
Nelle parole dell’aspirante first lady c’è la doppia volontà di mettere a tacere chi pretende di rinfocolare l’ipotesi di un’antipatia eterna tra le due donne e di ricucire quello strappo creatosi con le molte donne che non hanno ancora mandato giù la sconfitta di misura della signora Clinton.
L’attenzione della platea di Denver poi è tutta per Ted Kennedy. «E' meraviglioso essere qui - ha detto nel suo intervento di fronte ai delegati democratici - nulla, assolutamente nulla avrebbe potuto tenermi lontano». E infatti Ted, senatore simbolo di Boston e icona del Partito democratico, è salito sul palco della convention di Denver nonostante la convalescenza seguita all'intervento del 2 giugno scorso. Il fratello più giovane del presidente Kennedy è infatti reduce da settimane di chemioterapia necessarie per difendersi dal tumore che ha aggredito il suo cervello. Nessuno avrebbe mai pensato che ce la potesse fare. E invece il suo intervento è stato lungo e appassionante, commovente ed irresistibile.
Anche per lui sono il sogno e la speranza ad accendere le sue parole: «Adesso cominciamo a lavorare di nuovo per l'America - tuona - la speranza risorge, possiamo tornare a sognare». Poi fa una promessa che riduce la platea ad un silenzio commovente fino all’esplosione di applausi. Al giuramento del presidente, a Washington «A gennaio io ci sarò», dice, poi si ferma.
E’ il leone Kennedy a parlare. Un leone indebolito nel corpo, ma non nello spirito. Capace di ruggire quando un nuovo futuro è alle porte, capace di ricordare, anche ai più diffidenti, che il futuro è a portata di mano e ha anche un nome: Barack Obama.
G.R.
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