16 agosto 2018
Aggiornato 13:30

Come sta la sanità digitale in Italia

Cresce la spesa per la sanità digitale, ma pochi cittadini utilizzano servizi via web. La maggior parte dei cittadini preferisce accedere di persona per consulto medico, pagamento delle prestazioni e ritiro dei referti (80%)
Come sta la sanità digitale in Italia
Come sta la sanità digitale in Italia (Shutterstock.com)

MILANO - Dopo la contrazione del 2016, il 2017 ha visto una lieve crescita della spesa per la sanità digitale, che tocca 1,3 miliardi di euro (pari all’1,1% della spesa sanitaria pubblica, 21 euro per abitante), con una crescita del 2% rispetto all’anno precedente. Ma i servizi digitali restano diffusi a macchia di leopardo sul territorio italiano e la maggior parte dei cittadini non utilizza ancora strumenti via web per accedere ai servizi sanitari: circa l’80% degli italiani preferisce recarsi personalmente a ritirare documenti clinici, consultare un medico o pagare una prestazione, sette su dieci preferiscono parlare di persona con il proprio medico piuttosto che comunicare con strumenti tecnologici come email, sms o WhatsApp.

I medici sono sempre più attenti alle nuove tecnologie, che utilizzano soprattutto per comunicare con i pazienti. È il caso, ad esempio, di WhatsApp, usato dal 63% dei medici di famiglia e dal 52% degli specialisti soprattutto per scambiare facilmente dati, immagini e informazioni. Meno digitali i cittadini: solo il 15% usa l’email, il 13% sms e il 12% WhatsApp per comunicare col proprio medico.

L’offerta e l’utilizzo di semplici servizi digitali ai cittadini potrebbero ridurre i costi nascosti del «non digitale». Otto italiani su dieci nell’ultimo anno hanno ritirato documenti clinici di persona impiegando in media 45 minuti, contro i 20 per il ritiro in farmacia e i 5 via web: se invece l’80% li ritirasse online, il 10% in farmacia e solo il 10% di persona, l’impatto economico sarebbe di 1.630 milioni di euro. E sono 1.150 milioni di euro gli impatti legati all’accesso online a informazioni su prestazioni e strutture sanitarie, 1.430 milioni per la prenotazione online di visite ed esami e 980 milioni per il loro pagamento, per un totale di oltre circa 5 miliardi di euro.

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano. «Con il progressivo invecchiamento della popolazione il divario fra bisogni di cura e risorse a disposizione è destinato a crescere e l’innovazione digitale è l’unica leva per rendere sostenibile il sistema sanitario - afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. La leggera crescita degli investimenti per la Sanità digitale è una buona notizia, ma non basta per colmare il divario esistente. Serve un rinnovamento dei modelli organizzativi delle aziende sanitarie, spostando le prestazioni dall’ospedale al territorio e migliorando l’accesso alle cure. È necessaria la partecipazione attiva dei cittadini alla corretta gestione della propria salute, da incentivare attraverso l’adozione di strumenti digitali utili per comunicare col medico, per accedere ai propri dati clinici, come il Fascicolo Sanitario Elettronico, e per monitorare il proprio stile di vita, come le app. Serve infine lo sviluppo delle necessarie competenze digitali degli operatori sanitari, sia nelle università che attraverso piani di formazione continua sul posto di lavoro».

Tra gli ambiti di innovazione della sanità digitale, è la cartella clinica elettronica (CCE) a essere considerato il più rilevante nel supportare gli obiettivi strategici delle strutture sanitarie: è ritenuto prioritario dal 72% delle direzioni, in forte crescita rispetto a quanto rilevato lo scorso anno (59%), con investimenti per 47 milioni di euro. All’interno della CCE sono ormai presenti in modo diffuso funzionalità quali la consultazione di referti e immagini e di order management (74%). Molto meno diffuse, invece, le funzionalità avanzate, come la gestione del diario medico e/o infermieristico e la farmacoterapia, che restano presenti in meno della metà del campione, anche se in leggera crescita rispetto all’anno precedente. In netto aumento gli investimenti in soluzioni di Mobile Hospital, passati dai 12 milioni del 2016 ai 18 del 2017. Ancora poco diffusi, infine, i sistemi di firma elettronica avanzata sia a livello del personale clinico-sanitario per la firma della documentazione (presente in modo diffuso solo nel 9% delle aziende), sia a livello dei pazienti (ad esempio con firma grafometrica) per il consenso al trattamento dati e alle procedure sanitarie (rispettivamente pari al 4% e al 2%).

Anche i servizi digitali rivolti ai cittadini si confermano al centro dell’attenzione delle direzioni strategiche, con il 59% dei direttori che li considera un ambito prioritario (+3% sul 2016) e un budget di 19 milioni di euro (contro i 14 milioni dell’anno scorso), che il 61% delle aziende sanitarie prevede di aumentare ulteriormente nel 2018. I servizi maggiormente diffusi sono la possibilità di scaricare i referti via web, di confermare, ricordare ed eventualmente disdire appuntamenti, e di prenotare le prestazioni online. In oltre la metà dei casi, questi servizi sono messi a disposizione direttamente dalla Regione e circa un terzo delle aziende offre almeno un servizio tramite app. Ad oggi, invece, non sono ancora presenti aziende che consentano all’utente di interagire con un assistente virtuale (chatbot) per la richiesta di informazioni, seppur l’8% preveda di introdurlo entro la fine del 2018.

In linea con la tendenza delle Regioni italiane a favorire l’integrazione tra ospedale e territorio, anche le aziende sanitarie hanno sempre più l’esigenza di scambiare tempestivamente le informazioni sui pazienti con gli altri attori del sistema. Le soluzioni che abilitano l’interscambio di dati e documenti sui pazienti attraverso Piani Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA) informatizzati sono tuttavia ancora poco diffuse: il 29% delle aziende le utilizza con professionisti sanitari dell’azienda ospedaliera appartenenti a diversi dipartimenti e il 23% con professionisti all’interno di una o più reti di patologia. Allo stesso modo, solo il 19% dei Medici di Medicina Generale ha attivo un flusso informativo che rientra nell’ambito di un PDTA.

Il supporto informatico alle attività di presa in carico del paziente risulta diffuso soprattutto per le attività gestionali e amministrative, come la gestione dei dati anagrafici dei pazienti (nell’80% delle aziende) e la gestione delle prenotazioni delle prestazioni (63%). L’informatizzazione stenta, invece, a diffondersi come strumento per la messa in atto di percorsi individualizzati secondo il principio della presa in carico stabile del paziente: solo un terzo del campione di aziende rispondenti utilizza un supporto digitale nella definizione, visualizzazione e aggiornamento di piani di assistenza individuale. Attraverso una ricerca su  2.191 medici specialisti svolta in collaborazione con AME, FADOI, Digital SIT e PKE, emerge che i medici fanno un utilizzo frequente (almeno una volta a settimana) di strumenti per la gestione dei dati anagrafici (68%) e delle agende (44%), mentre solo una minoranza utilizza ad oggi soluzioni per il monitoraggio degli sviluppi clinici e sociali del paziente (24%) o, ancor meno, per la raccolta di opinioni degli assistiti (17%).

Inoltre, sulla base di una rilevazione effettuata su 600 Medici di Medicina Generale (MMG) in collaborazione con la FIMMG, emerge che solo il 9% dei medici utilizza strumenti informatici per redigere il Piano di Assistenza Individuale da condividere poi con il paziente, anche se ben il 69% si dichiara interessato a utilizzarlo. Sempre secondo i MMG le barriere all’uso di strumenti digitali sono principalmente legate alle risorse: soltanto il 15% ritiene l’attuale disponibilità di tempo e risorse umane sufficiente a effettuare la prenotazione online di una prestazione all’atto della prescrizione, mentre la maggior parte (63%) pensa che questo sia praticabile solo ad alcune condizioni, legate alla presenza di personale di studio dedicato (64%) e alla valorizzazione economica del compito (61%).
 
La telemedicina, dopo la forte crescita di interesse e investimenti dello scorso anno, è un ambito stazionario, con una diffusione capillare ancora lontana. La spesa è aumentata lievemente rispetto all’anno precedente (24 milioni, erano 20 nel 2016), ma, nonostante si parli ormai da molti anni di queste soluzioni, soltanto il 38% dei direttori delle aziende sanitarie lo reputa un ambito rilevante. Il servizio di telemedicina più diffuso è il tele-consulto tra strutture ospedaliere e dipartimenti, a regime in circa un terzo del campione analizzato. Ancora poco adottati, invece, i servizi di Tele-salute e tele-assistenza, presenti soprattutto con progetti pilota. Allo stesso modo, la percentuale di medici specialisti e medici di medicina generali (MMG) che utilizza soluzioni di telemedicina risulta limitato: il tele-consulto è il servizio più utilizzato (rispettivamente dall’11% dei medici specialisti e dal 4% dei MMG), mentre faticano a diffondersi i servizi che coinvolgono il paziente, come quelli di tele-salute (rispettivamente 7% e 2%) e Tele-assistenza (5% e 4%), nonostante livelli di interesse all’utilizzo sempre superiori al 50%.

Le app rappresentano una quota sempre più rilevante dei servizi digitali utilizzate dai cittadini, soprattutto per quanto riguarda le app informative, che si stanno diffondendo velocemente. Un cittadino su quattro dichiara di utilizzare app per cercare le farmacie di turno (25%), uno su cinque per trovare la farmacia più vicina e il 19% per informarsi sui farmaci. La fascia di età più incline a utilizzare questa tipologia di applicazioni è quella fra i 35 e i 44 anni, in cui l’uso sale rispettivamente al 45%, 36% e 30%. Le app di maggior interesse fra i cittadini, invece, sono quelle in grado di verificare la presenza di un farmaco in farmacia e prenotarlo e quelle per monitorare i tempi di attesa in pronto soccorso, anche se in entrambi i casi si registra una mancanza di offerta. Accanto alle app informative si diffondono anche quelle di «coaching»: il 19% dei cittadini utilizza app per monitorare lo stile di vita (ad esempio, l’alimentazione e gli allenamenti), il 12% per controllare i parametri vitali (battito, pressione, ecc.), il 7% per ricevere avvisi su controlli medici o esami periodici. L’adozione di questi strumenti diminuisce fra i cittadini con più di 55 anni o affetti da malattie croniche.

I cittadini si mostrano ancora poco digitali anche nella comunicazione col proprio medico: ben sette su dieci preferiscono incontrarlo di persona. Fra coloro che si servono di strumenti digitali, la maggior parte utilizza l’email (15%, il 20% è interessato a usarla), poi vengono gli sms (13%) e infine WhatsApp, il cui uso è passato dal 7% di un anno fa al 12% dell’ultima rilevazione. I cittadini usano sms e WhatsApp soprattutto per fissare/spostare visite (50% e 44%) e comunicare lo stato di salute (38% e 35%).

Dalla survey condotta dall’osservatorio su 116 direttori di aziende sanitarie, 600 medici di medicina generale e 2.771 medici specialisti emerge come fra i principali ostacoli all’adozione delle tecnologie digitali, subito dopo le limitate risorse economiche (indicate dal 73% dei direttori, 50% dei medici specialisti e 48% dei MMG), figurino la scarsa cultura digitale (rispettivamente 43%, 45%, 41%), la scarsa conoscenza delle potenzialità degli strumenti digitali (32%, 41%, 40%) e la mancanza di competenze nel loro utilizzo (24%, 41%, 39%).

Nel dettaglio, il livello medio delle competenze dei MMG e dei medici specialisti si attesta attorno a valori moderati (5 su una scala da 1 a 8). L’area su cui i medici si sentono maggiormente competenti è quella relativa alla capacità di lavorare in modo smart, con competenze maggiori tra i medici specialisti e tra i più giovani. Tra le competenze per cui forniscono un’autovalutazione più bassa ci sono la capacità di comunicazione e coinvolgimento degli utenti durante il lancio di un progetto di innovazione digitale e la capacità di rappresentare i dati. Le direzioni strategiche, invece, ritengono che la competenza più rilevante, che dovrà essere costantemente aggiornata in futuro, è la capacità di comprendere gli impatti delle tecnologie sui processi e sul valore apportato, indicata dal 52% del campione.