18 agosto 2018
Aggiornato 14:30

Le startup? Non sono mai partite davvero. Serve cambio di mentalità

«l mondo delle startup ha la febbriciola, ce l’ha sempre avuta. Abbiamo bisogno di continuare a investire in innovazione e in nuove imprese, ma dobbiamo farlo con un’altra mentalità»
Le startup? Non sono mai partite davvero
Le startup? Non sono mai partite davvero (Shutterstock.com)

ROMA - Le parole di Cristiano Seganfreddo, direttore di Progetto Marzotto, risuonano come un’eco all’indomani dei dati dell’Istat che ci scattano la fotografia di un’Italia che sembra tirare un sospiro di sollievo, con un tasso di occupazione giovanile «ai minimi storici», riporta l’istituto. Non solo, scomponendo i dati per fascia di età si nota come in controtendenza con i dati del passato, cresce soprattutto la quota di under 35. Dati che restano un po’ sulla carta, in un panorama ancora molto frastagliato, che vede la contrapposizione tra Nord e Sud e i capitali pressoché inesistenti.

E le startup perdere il loro appeal. «Il mondo delle startup ha la febbriciola, ce l’ha sempre avuta - sostiene Cristiano Seganfreddo -. E’ un fenomeno che non è mai veramente partito. Ha avuto un momento di visibilità, come diversivo alla crisi, come news divertente e come, apparentemente, facile moltiplicare di denaro. Ma non è così. Lo dimostrano gli investimenti ridicoli che si fanno sul settore. L’Italia è un Paese ad alta innovazione. Frammentata e rinchiusa nei capannoni di migliaia di PMI. L’industria 4.0 e l’open innovation sono semplici definizioni. Abbiamo bisogno di continuare a investire in innovazione e in nuove imprese, ma dobbiamo farlo con un’altra mentalità, un’altra scala economica e geografica, un’altra consapevolezza».

Quasi che le startup siano state viste come un giocattolo, un meccanismo semplice con cui avere successo anche in assenza di un contratto a tempo indeterminato nell’azienda in città. Meccanismo che ha finito per sotterrare molte imprese, nonostante il numero delle stesse continui a salire: a fine dicembre erano 8391. Un pullulare di startup early stage che, tuttavia, non decollano. In una lotta al sostegno delle imprese innovative (attraverso il venture capital), dobbiamo ricordarci che solo l’8,6% di esse è costituito da imprese consolidate, con fatturato superiore a 1 milione di euro. Le startup italiane continuano a mantenere una piccola dimensione, facendo difficoltà a valicare i confini nazionali. Anzi, il 36% ancora oggi non esporta i propri prodotti/servizi in altri Paesi al di fuori dell’Italia. Il problema è che mancano i capitali per le scaleup, i tagli più grandi, che permettono alle imprese di scalare il mercato.

E in un’ecosistema così frastagliato e instabile, all’interno del quale mancano i capitali più consistenti, serve ancora un Premio Gaetano Marzotto? «Non volevamo e non vogliamo fare statue ad un cognome, ma costruire una propria piattaforma aperta e porosa per l’innovazione - spiega Cristiano Seganfreddo -. Un sistema vivo e virale che generi opportunità vere e non attestati di frequenza. Oggi il Premio Gaetano Marzotto è il primo generatore italiano di innovazione. Mette a sedere tutto il sistema in una logica di network attivo, dove ognuno mette un pezzetto di lavoro per dare davvero un giro di volta. E così adesso sono decine di partner che sviluppano opportunità per milioni di euro. E i risultati, dopo 7 anni, si cominciano a vedere davvero».

Per il Premio Marzotto, ci racconta ancora Cristiano Seganfreddo, il team non cerca nuove idee, ma gli occhi dei nuovi imprenditori da sostenere. «Non cerchiamo prodotti ma aziende che crescano e che si sviluppino, che creino occupazione e visione. Che abbiamo il seme di una nuova imprenditoria capace di coniugare gli economics con i gli aspetti sociali. Per vincere i tanti percorsi a disposizione cerchiamo idee scalabili a livello internazionale, consapevoli del mercato e del loro business di riferimento, con già una base di fatturato sviluppata e con un super team». Per partecipare all’ottava edizione c’è tempo fino al 14 maggio, applicando al premio per l’impresa o al premio dall’idea all’impresa.

L’ecosistema, lo diciamo da anni, ha le possibilità di crescere ed espandersi. E non è una questione di qualità delle startup e nemmeno di capitali. «Di fatto l’Italia è uno dei Paesi migliori per sviluppare il venture capital - aveva spiegato Innocenzo Cipolletta, presidente del Fondo Italiano d’investimento -. Abbiamo una percentuale di PMI per abitante molto elevato, delle ottime capacità di fare impresa, buone capacità di ricerca laddove oggi la barriera d’ingresso è crollata notevolmente rispetto al passato. E cosa importante, abbiamo una grande disponibilità di risparmio, circa l’8-9% del reddito famigliare. Questo significa che nel nostro Paese esiste la ricchezza che può sostenere una corretta attività di venture capital».

Manca lo slancio culturale. Ma Cristiano Seganfreddo, se dovesse parlare a un giovane studente cosa gli consiglierebbe? «Di viaggiare tanto, tantissimo. Anche se sta nella sua cittadina. Di leggere giornali internazionali sempre. Di incontrare nuove culture e nuovi mercati. Di valutare molto bene la propria idea e intuizione. Di verificare se davvero è un atleta professionista o un amatore. Per fare un’impresa ci si deve comportare come atleti. Non basta l’idea, quella vale poco o zero. Ci vuole strategia, costanza, allenamento, consapevolezza, senso del rischio e della sfida, bisogna essere sognatori concreti. Non mitomani sognatori».