23 febbraio 2020
Aggiornato 12:30
premio nazionale innovazione

Così le grandi Corporate «salvano» le startup e aiutano la ricerca

L'importanza del Corporate Venture Capital per le startup italiane, i trends e sfide in vista del prossimo Premio Nazionale per l'Innovazione

Così le grandi Corporate «salvano» le startup e aiutano la ricerca
Così le grandi Corporate «salvano» le startup e aiutano la ricerca Shutterstock

NAPOLI - Se il Venture Capital, in Italia, resta ancora prevalentemente affetto da nanismo, le Corporate hanno cominciato a drizzare le orecchie, interessandosi sempre di più al mondo startup. Un plus per queste ultime che - partecipate dalle realtà corporate - crescono più di quelle partecipate dai fondi di investimento con ricavi che mediamente raggiungono i 16mila euro, contro gli 11mila e 800 di quelle partecipate solo da persone fisiche (Osservatorio Assolombarda). Una tendenza riscontrata anche da Giovanni Perrone, presidente di PNICube, l’Associazione Nazionale degli Incubatori italiani, che i prossimi 30 novembre e 1 dicembre assegnerà a Napoli il 15° Premio Nazionale per l’Innovazione (PNI).

«Se da una parte crescono le startup (sono 8mila registrate nell’apposita sezione), la loro lenta crescita diventerà un boomerang se non saremo in grado di attirare i capitali - spiega Perrone -. Qualcosa, però, sta cambiando. Anche l’ecosistema delle grandi Corporate sta cominciando a prestare più attenzione e lo dimostra, ad esempio, la partnership che abbiamo avviato in occasione del PNI con Ferrovie dello Stato, IREN e con PWC, importante partner internazionale. In Italia, infatti, siamo molto carenti di investimenti esteri. Se fossimo in grado di canalizzarli nel nostro Paese si innescherebbe anche un meccanismo virtuoso di richiamo di fondi di Venture Capital da altri Paesi».

Mercato di capitale di rischio, quindi. Ma soprattutto l’interesse da parte delle grandi Corporate. Che, in effetti, in Italia sta crescendo. Secondo l’Osservatorio sull’Open Innovation e il Corporate Venture Capital italiano (presentato a Smau lo scorso mese), crescono le startup innovative partecipate da almeno una grande azienda che raggiungono 2154 unità (nel 2016 erano 2000) e crescono gli investitori corporate, che passano da 5149 del 2016 ai 6727 del 2017 (+ 31%).

Intanto quest’anno sono state proprio le startup lifescience ed energy a rappresentare maggiormente le varie regioni italiane nell'ambito della competition, nell’attesa che vengano comunicati i vincitori del PNI. Progetti che rispondono alla domanda di innovazione tecnologica, che in futuro sarà totalmente disruptive e che, soprattutto nel settore energy, evidenzia quanto l’apporto delle Corporate sia importante per lo sviluppo delle startup. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia del nuovo piano di investimenti effettuati da ENEL nel triennio 2018-2020 e che investirà oltre 5 miliardi di euro nella digitalizzazione. Un’azienda che, da sempre, dimostra il suo interesse nei confronti dell’innovazione e delle startup e che ha aperto nel mondo ben 6 hub tecnologici per instaurare partnership proficue con gli imprenditori del territorio.

«Da questi dati emerge un interesse sempre maggiore verso la ricerca, in buona parte anche quella universitaria», afferma Perrone. Se da una parte le Corporate scelgono - nella maggior parte dei casi (73%) - realtà che si occupano di ricerca e sviluppo al fine di incrementare il proprio mercato, dall’altra le startup acquisite possono godere di una serie di vantaggi che non avrebbero nel caso di investimenti da parte dei fondi.

Resta, naturalmente, sempre il problema dei fondi alle Università. «Abbiamo chiesto a MIUR e MISE di fare in modo che alle Università arrivino investimenti pre-seed con i quali si possa finanziare, all’interno dei nostri incubatori, la realizzazione di prototipi delle nostre startup - conclude Perrone -. Sarebbe un volano importante per la crescita delle imprese. Oltre agli incentivi per una formazione di tipo manageriale per i nostri ricercatori».