siamo capaci?

L'Italia non è un Paese per giovani, anzi no. Non è un Paese per imprenditori

Secondo l’Entrepreneurship Outlook 2017 del Randstad Workmonitor il 64% dei lavoratori dipendenti vorrebbe avviare una propria attività, ma rinuncia perché considera il rischio di fallire troppo elevato

L'Italia non è un Paese per giovani
L'Italia non è un Paese per giovani (Credits photo courtesy of Facebook)

TORINO - L’Italia non è un Paese per giovani, anzi no. Non è un Paese per imprenditori. Sembra quasi di stare sulla scena del film di Giovanni Veronesi (che peraltro ha riscosso un enorme successo), con un bicchiere di rum in mano, a farsi coccolare dalle onde di Playas del Este, la famosa spiaggia di L’Avana. Tentando di aprire un chiosco proprio in riva al mare, dopo essere scappati dalla capitale romana, proprio come accade nel film «L’Italia non è un Paese per Giovani». Che poi a spingere fuori dai nostri i confini quei giovani è stata la mancanza di opportunità, un’Italia che tarpa le ali.

Ci piace fare impresa, ma abbiamo paura di fallire
Ora voi vi starete chiedendo cosa centra la pellicola cinematografica. Beh. Il passo è breve se si considera l’Italia un Paese non per imprenditori. Eppure la voglia di mettersi in proprio c’è, solo che gli italiani hanno paura di fallire. E poi ci sono i cavilli burocratici, le tasse, le spese e la percezione che il Belpaese sia - di fatto - una nazione che ostacola l’iniziativa imprenditoriale. Lo dicono i dati. Secondo l’Entrepreneurship Outlook 2017 del Randstad Workmonitor il 64% dei lavoratori dipendenti vorrebbe avviare una propria attività, ma rinuncia perché considera il rischio di fallire troppo elevato. Un dato superiore alla media globale che si attesta al 57%. Solo gli spagnoli e i greci hanno più paura di noi e le ragioni, specie per l’ex terra dei Dei, è piuttosto intuibile.

Solo se perdo il lavoro
Però a noi italiani non è che non ci piaccia fare impresa: il testosterone improvvisamente raggiunge livelli storici soltanto a pensare di essere padrone di qualcosa e, soprattutto, della propria vita. Che la si consideri una bolla (scoppiata o da scoppiare), quello delle startup è un fenomeno che cresce ad ogni report del Registro delle Imprese. Solo nei primi tre mesi del 2017 abbiamo assistito a un aumento del 2% rispetto alla fine dell’anno passato. E abbiamo raggiunto le 6880 startup innovative registrate. In generale, un italiano su due (il 49%) dichiara di aspirare a diventare imprenditore perché «questo gli darebbe migliori opportunità» rispetto a quelle del posto di lavoro attuale. Ma sono pochi quelli che ci stanno pensando seriamente. Infatti, soltanto il 31% dei dipendenti sta prendendo in considerazione l’ipotesi di lasciare il proprio lavoro per lanciarsi in un'attività in proprio (contro la media globale del 28%).

Vogliamo fare gli imprenditori ma siamo negati per farlo?
Ciò che ci tarpa le ali - perché ammettiamo che noi italiani siamo dei grandi sognatori - è lo Stato, le lungaggini, il sistema più in generale. Solo il 34% dei lavoratori Italiani è convinto che l’Italia sia un luogo adatto per avviare una startup. Eppure i soldini ci sono. Quello che manca sono i canali organizzati e le capacità imprenditoriali. Non è un segreto, infatti, che alcuni imprenditori si improvvisano tali pur non avendone le attitudini. «Siamo pieni di idee e di giovani talenti - ci aveva raccontato Rocchietti, presidente del Club degli Investitori. - e se le startup hanno un bel progetto è abbastanza semplice riuscire a ricevere il primo seed (stiamo parlando di 200-300mila euro di finanziamento). Il problema è che agli imprenditori italiani mancano delle competenze importanti, di execution, che anche noi come Club degli Investitori facciamo fatica a trovare. Arriva un punto, infatti, in cui oltre a fare bisogna anche saper vendere». E poi i business angels non fanno gruppo, insomma. Tanti incubatori e acceleratori sparsi in ogni angolo del territorio italiano e pochissimi venture capital. C’è qualcosa che non torna. Vogliamo fare gli imprenditori, ma siamo negati per farlo? Questione di realtà o di percezione? Di certo se ci facciamo trainare da esempi come Egomnia abbiamo ancora tanto da imparare.