28 febbraio 2020
Aggiornato 07:30
solo 12%

Innovazione, Europa al di sotto del suo potenziale digitale

L'Europa viaggia a un 12% del potenziale che potrebbe avere, invece, nel settore delle nuove tecnologie e dell'innovazione

ROMA - Ormai non ci facciamo neppure più caso. La digitalizzazione è entrata a spada tratta nel nostro vivere quotidiano. Usiamo lo smartphone per fare qualsiasi cosa ed è l’accessorio che, di fatto, connette noi ai dispositivi hi-tech. Prenotiamo le vacanze su Internet, alloggiamo in appartamenti affittati sui AirBnb, ci spostiamo usando BlaBlaCar e andiamo in ufficio con il carpooling. L’innovazione creata dall’avanzare incontrollabile del digitale, si è così prepotentemente impregnata nella nostra quotidianità che non sapremmo più farne a meno. Mai noi, qui, in Europa stiamo operando al di sotto del nostro potenziale digitale. In parole povere? Potremmo fare molto di più. A dirlo è l’ultimo report McKinsey Digital Europe: pushing the frontiere, capturing the benefits.

L’Europa è al 12% del suo potenziale
Secondo il report la differenza tra import ed export per ciò che attiene al digitale è decisamente negativa in confronto agli Stati Uniti: -5,6% in Europa, -11,4% per la Grand Bretagna e -3,8% in Italia. La digitalizzazione, infatti, non riguarda solo il fiorire di hub tecnologici e la nascita di nuove startup, ma anche la misura in cui le imprese e le industrie investono nel settore e l’effettivo uso che questo poi genera nei consumatori. Sotto questi aspetti l’Europa è molto meno avanzata. Eppure, se soltanto raddoppiassimo la nostra intensità digitale, saremmo in grado (come Vecchio Continente) di raggiungere 2500 miliardi di euro di PIL nel 2025, con un incremento dell’1% l’anno nel prossimo decennio. Secondo lo studio, oggi, l’Europa funziona solo per il 12% del suo potenziale digitale, rispetto al 18% degli Stati Uniti.

(Credits photo courtesy of Mckinsey)

Il ritardo digitale italiano
In questo scenario l’Italia si presenta, straordinariamente, meglio di altri paesi. Ma non stupitevi, perché paradossalmente, è il risultato di ciò che non abbiamo ancora fatto e dei nostri ritardi. In primo luogo del rallentamento nell’espansione della banda larga che, a oggi, non raggiunge ancora tutti i paesi della nostra Penisola. E poi il ritardo nel settore delle startup digitali dove ci troviamo, spesso, come fanalino di coda. Dove si investe ancora troppo poco (meno di 3 miliardi di euro negli ultimi 15 anni). Una ventata d’aria fresca (e innovativa) potrebbe arrivare in seguito all’apertura di un nuovo centro di sviluppi di Amazon in Piemonte, a Torino. Lì si parla di un investimento cospicuo e che poterebbe fare la differenza, se non altro alzando la percentuale degli investimenti. Il nuovo centro, che aprirà entro la fine del 2016, sarà dedicato al progresso del riconoscimento vocale e della comprensione del linguaggio naturale, il cosiddetto machine learning su cui tutti i colossi stanno puntando. Ma si tratta pur sempre di stranieri in patria, come Apple e la nuova scuola di formazione per sviluppatori iOS alla Federico II di Napoli.

Investire in innovazione
Il punto è che l’economia è la Rete e se non lo è ancora oggi lo sarà presto. E, soprattutto, ciò che non facciamo noi, lo dovremo acquistare dagli altri. Un buon punto di partenza sono le startup. Ma bisogna investire sull’innovazione. Prima di tutto.