10 dicembre 2018
Aggiornato 20:00

«Le Roi» Macron: viaggio nella Francia che lo detesta, qualsiasi cosa faccia

Cosa dicono i francesi del loro presidente ormai impopolare come Hollande? Viaggio nella Francia insicura che non gioisce nemmeno per la Coppa del Mondo
Emmanuel Marcon a Palazzo Chigi per l'incontro con l'allora premier Gentiloni
Emmanuel Marcon a Palazzo Chigi per l'incontro con l'allora premier Gentiloni (ANSA/ETTORE FERRARI)

PARIGI - L'ultimo barlume di simpatia l'ha avuto durante la finale di Coppa del Mondo, vinta dalla sua nazionale in Francia. Emmanuel Macron, inquadrato e fotografato mentre esulta come un ultras in curva: sperava che quella notte potesse risollevare il suo destino, ormai segnato nonostante la brevissima parentesi di potere che sta vivendo. Durante la premiazione veniva surclassato dalla esplosiva presidentessa croata Grabar Kitarovic, capace di abbracciare e baciare, sotto un diluvio d'acqua, tutto ciò che le si parava davanti. Lui sembrava un pulcino bagnato, avulso dal contesto. Il giorno dopo, una sapiente campagna pubblicitaria personale, risollevava le sue sorti pubblicando la celebre foto con cui si vede Monsieur le President sbracciarsi di fronte a Putin. Ma era un fuoco fatuo.
Nella piccola brasserie di Briançon, poco lontano dal confine francese delle Alpi Cozie, il presidente francese veniva deriso perfino durante la partita di calcio che ha visto trionfare, dopo venti anni, la sua nazionale. «Cosa ci fa lì? Non c'entra nulla col calcio lui, lo odia, si sa», questi i commenti più benevoli. L'ingombrante moglie, la figura altera e snob, la lontananza dal popolo francese che non sa nemmeno bene perché odiarlo. Deriso per mille ragioni di francesi che non lo riconoscono.

Macron, sconfitto
«Perché non mi piace Macron? - rispondeva Michel mentre si festeggiava la vittoria nel mondiale – perché è un ipocrita. Perché non sta risolvendo i problemi della Francia, perché vuole Napoleone e comandare troppo».
Lei chi votato alle ultime presidenziali?
«Le Pen».
E in cosa sarebbe stata migliore il capo del Front National?
«Lei è più normale, più umana, più vicina al popolo».
E Melanchon?
«Anche Melanchon è bravo, qui a Briancon è stato molto votato. Io infatti al primo turno ho votato per lui».
E' una grande lezione, per chi ha voglia di analizzarla, quella che arriva dalla Francia macronista di En Marche. Una grande lezione per il governo italiano, che dal fallimento politico di Macron può trarre grande vantaggio. Può imparare esattamente cosa non fare quando si sale al potere.
Ed è una scelta suicida, come sempre, quella della nostra patria sinistra che vede nel presidente francese un esempio da seguire, e sogna di formare addirittura un Fronte Repubblicano, esattamente sulla falsa riga macronista della République. D'altronde lo stesso Macron è un ex socialista. Piace a Renzi e a Calenda in Italia, in Francia è odiato dal proletariato delle città, dagli studenti, dal settore statale, dai lavoratori. Ma è amato da banchieri e, solo fino a pochi mesi fa, osannato dalla carta stampata.

Il mondiale buttato in politica
Una vittoria fortemente politica, trasformata dalla propaganda del trionfo del trittico blanc-noir-arabs che già fu sfruttato a fondo nel 1998: tentativo di superare con il calcio la frantumazione sociale francese. Ma le sconfitte sono ben altre e ben più corpose. L'ultimo scandalo, quello della discussa guardia del corpo Benalla che si scopre picchiatore e viene coperto dal presidente e dal governo, è solo una piccola goccia che non turba più di tanto i francesi: all'opinione pubblica interessa poco che una guardia del corpo di Macron abbia pestato dei manifestanti. Ai francesi interessa pescare in fallo il presidente: che dapprima ha tentato di insabbiare e poi ha ridicolizzato la vicenda. I francesi hanno altri problemi: quando les blues alzavano la coppa in nome dell'integrazione blanc, noir, bleu, gli Champs Elyseès venivano sconvolti dai saccheggi proprio degli abitanti delle tumultuose periferie parigine, che non vedevano un'insurrezione simile dal 2005. Ed è proprio il paragone con il festeggiamenti del 1998 a incarnare la trasformazione di un paese: in peggio. Più rabbioso, conflittuale, diviso. Sconvolto da una serie di attentati terroristici che trovano copertura nelle fila della sua popolazione. 

Debolezza assoluta
Macron, su tutto questo non riesce a intervenire: anche perché probabilmente ignora la portata della cosa. Ma la percezione è che lui, semplicemente, della disfatta del tessuto sociale si disinteressi. O ancor più probabile che delle sorti dei francesi poveri poco si interessi: se la vedano da soli, come da insegnamento del filosofo darwinista che molto piace al suo mentore Attali, Herbert Spencer. «L'unica cosa che interessa a Macron sono i ricchi» questa l'opinione di Albert di Lione. Magari non è vero, ma il presidente ormai è percepito come una sorta di Luigi XIV, un re Sole, fuori dal tempo. La stampa non esita a gettare benzina sul fuoco sottolineando le sue insolite manie in fatto di guardie del corpo, lo sprezzo con cui umilia i ragazzini che lo contestano, le sue amicizie altolocate. Solo sullo sullo sfondo rimane la critica politica a cosa sta facendo Macron: ma in realtà è l'insofferenza per un processo antico, quello del taglio delle risorse pubbliche che Macron porta avanti senza pietà, coerente con l'ideologia di chi l'ha piazzata sul trono di Francia. Ideologia che, continua ad essere chiaramente liberista-finanziaria, supportata da tutti coloro che oggi rappresentano la corte del nuovo Re Sole: banche, giornali, confindustria francese.

Chi si oppone a Macron? Tutti e nessuno
Ma, è bene sottolineare che l'acrimonia verso il presidente non ha un centro, e altrettanto non ha un'ideologia. A Lione lo odiano perché vuole far arrivare gli immigrati e perché non vuole far arrivare gli immigrati. E così si può dire della riforma universitaria, troppo morbida e troppo dura, stessa cosa per quella Costituzionale definita "razzista" perché affronta di petto la concezione dell'Islam in Francia. E' il classico punto di repulsione che si raggiunge al termine di una parabola presidenziale francese; solo che, in questo caso, arriva dopo appena un anno. Ma, come sosteneva un tedesco che di comando se ne intendeva, Arndt Krupp, il popolo non protesta per il troppo lavoro, o perché la vita è dura: il popolo protesta quando vive nell'insicurezza». Nulla di più vero in Francia, come in tutto il vecchio continente travolto dal cosiddetto «populismo». Macron, dato il suo disprezzo comportamentale, acuisce questa percezione: lo fa seguendo l'ideologia della precarietà che afferisce al suo mondo ideologico. La sinistra capitalista e internazionalista: un sincretismo che mischia il lavoro combattente e precario, per gli altri, e l'internazionalismo del capitale e delle persone ricche come Macron. La distanza che separa Macron 're Sole' dal suo popolo diventa così straordinariamente simile a quella che gettò le basi della Rivoluzione Francese e giunse fino al 1848 e oltre. Ma il processo è decisamente accelerato.