21 ottobre 2019
Aggiornato 16:30
La ricostruzione del quotidiano

La ricostruzione del NYT: un repubblicano dietro il dossier su Trump

Il New York Times ricostruisce i retroscena della diffusione del dossier-bomba su Donald Trump e sui suoi rapporti con la Russia. Sostenendo che dietro ci sarebbe un rivale politico dello stesso partito repubblicano

Il presidente eletto Donald Trump.
Il presidente eletto Donald Trump. Shutterstock

NEW YORK - Ci sarebbe un «finanziatore repubblicano» dietro il dossier bomba su Donald Trump e i suoi rapporti con la Russia, materiali scottanti che avranno in ogni caso un impatto «ben oltre l'insediamento» del miliardario alla Casa Bianca. E' il New York Times a ricostruire in un lungo pezzo le origini della vicenda scoppiata alcuni giorni fa quando Buzzfeed e Cnn hanno reso pubblico un «riassunto» dei materiali raccolti su input di questo anonimo (per ora) esponente repubblicano che avrebbe voluto bloccare la corsa presidenziale di Trump.

Dettagli esplosivi
Un sommario che contiene dettagli «esplosivi» come quelli su prostitute russe assoldate per pratiche sessuali da compiere sul letto in cui avrebbe dormito Barack Oabma con la moglie Michelle durante una visita in Russia nel 2009. Un documento che è stato allegato a un rapporto top-secret confezionato dall'intelligence Usa e presentato al capo dello Stato uscente e allo stesso Trump e rimbalzato sui media di tutto il mondo a pochi giorni dal passaggio di testimone ufficiale con Barack Obama. Ieri, durante la sua prima conferenza stampa, il 45esimno presidente eletto degli Stati Uniti ha liquidato, infuriato, il report come fabbricato da un suo oppositore, da «gente malata», roba da «Germania nazista».

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Un nemico politico?
Il quotidiano newyorkese, molto cauto sulla possibile veridicità di questo dossier, avalla la tesi che dietro tutto questo ci sia un nemico politico di Trump. «La storia è iniziata a settembre 2015», racconta il giornale, quando «un facoltoso donatore repubblicano» ha sborsato soldi per assoldare una società investigativa diretta da ex giornalisti e in particolare da Glenn Simpson, la Fusion Gps, per compilare un rapporto «su scandali del passato e debolezze del magnate». Simpson a quel punto ricorre ai servizi di Christopher Steele, ex agente segreto britannico che ha lavorato a Mosca sotto copertura negli anni Novanta ed è poi diventato consulente di alto profilo sulla Russia dei servizi di Sua Maestà. Informato da «una persona al corrente di questo tentativo», il New York Times fa notare che Steele, dati i suoi trascorsi, non poteva recarsi a Mosca per indagare personalmente e ha quindi reclutato collaboratori russofoni per allacciare contatti e ricercare informazioni in Russia che potessero mettere in difficoltà l'aspirante presidente.

Memo
Steele ha poi compilato una serie di memo, tutti lunghi alcune pagine, e li ha sistematicamente forniti a Fusion GPS dallo scorso giugno a dicembre: a quel punto Trump era già stato eletto e i due non avrebbero più ricevuto finanziamenti dallo sconosciuto oppositore repubblicano, ma avrebbero comunque deciso di continuare il loro lavoro, che ha fruttato informazioni su due «operazioni» da parte russa: la prima, durata un anno, puntava a usare i contatti di Trump in Russia per renderlo influenzabile, la seconda avrebbe implicato una serie di incontri tra rappresentanti del magnate americano anche per discutere le azioni di hackeraggio ai danni del partito democratico. Il New York Times evidenzia che Steele gode di una «eccellente reputazione» presso l'intelligence britannica e americana, «ma buona parte di quanto gli è stato riferito è molto difficile da verificare». Per questo, malgrado molti media americani avessero ottenuto i clamorosi rapporti su Trump e la Russia, nessuno aveva osato pubblicarli. Ma il fatto che la Cia, l'Fbi e la National Security Agency li abbiano inclusi nel loro rapporto sugli attacchi hacker di origine russa ha sdoganato la vicenda anche a livello mediatico. Facendo infuriare Trump, che ieri ha negato alla Cnn una domanda, accusando il giornalista di lavorare per un'emittente che produce fake news.