19 novembre 2019
Aggiornato 20:00
Due popoli e due stati: soluzione senza futuro

L'inutile dispetto di Obama ad Israele

Record di vendita di armi e copertura politica per otto anni. Poi, alla fine, l'astensione su un risoluzione che non incide su una situazione ormai irreversibile

L'ex presidente Usa Barack Obama
L'ex presidente Usa Barack Obama Shutterstock

WASHINGTON - Lo scorso 16 settembre il governo Usa ha siglato un accordo con il governo israeliano particolare: prevede la vendita di armi per un importo pari a 38 miliardi di dollari in dieci anni. Un articolo del protocollo di vendita certifica che lo stato ebraico in futuro non possa spendere più di un quarto di tale somma per armamenti prodotti in casa: questo significa che la capacità offensiva e difensiva israeliana è dipendente dalle importazioni di armi dagli Stati Uniti. Una generosa "compensazione armata" che il presidente Obama ha dato all’alleato mediorientale, dopo che aveva rimosso le sanzioni contro l’Iran. La politica estera di Obama potrà essere ricordata come un pericoloso esercizio di equilibrismo tra la realtà e l’illusione, al limite della schizofrenia culturale. Oppure il tempo trascorso tra il 2008 e il 2016 verrà raccontato dagli storici come quello della doppia morale. Cosa si può pensare della lotta all’Isis, ambigua peraltro, e la valanga di armi che arrivano in Arabia Saudita che poi giungono nelle mani degli uomini del califfato? Oppure del discorso del Cairo, in cui incitava, totalmente ignaro della cultura di quelle terre, la rivolta nelle masse arabe?

La risoluzione Onu che ha fatto infuriare Israele
A pochi giorni dal cambio presidenziale giunge l’astensione in sede Onu, da parte degli Usa, sul voto ad una risoluzione, presentata dalla Nuova Zelanda, che critica l’espansionismo urbano, si legga alla voce "colonie", da parte del governo Netanjahu. Aria fritta, che al massimo rallenterà di qualche mese un processo in corso da anni. Tale pratica, già criticata da varie risoluzioni Onu, prosegue sotto i governi di ogni colore: sia con il Likud che con Kadima, i laburisti hanno sempre portato avanti l’espansione colonica nei territori palestinesi. Si chiama «sionismo», ed ha come obbiettivo la costruzione di una entità territoriale unica: la grande Israele. Chiunque sia stato in Israele ha potuto imbattersi nel sincero stupore che gli israeliani provano per le critiche che provengono dall’Occidente che considerano amico. Il loro pensiero non è complesso: gli stati occidentali, in primis gli Usa con le popolazioni natie che hanno sterminato a milioni, hanno costruito il loro territorio attraverso guerre di conquista. Israele ha subito tre guerre di aggressione, svariati attacchi terroristici, ma grazie alla superiorità militare ha sempre sbaragliato gli avversari. Questo dà il diritto ad impossessarsi delle terre dei nemici arabi che, non contenti degli accordi post sconfitta 1967, nel tempo hanno insistito nel tentativo di buttare gli ebrei a mare: perdendo sempre.

Il divino si mescola con il profano
In tale visione, per altro difficilmente contestabile, il divino si mescola con il profano su più livelli, così sono i duri coloni ebrei ortodossi a portare avanti materialmente una prospettiva politica condivisa dalla maggior parte delle popolazione. Coloni che sono inarrestabili perché mossi da un legge divina, quella secondo cui fu Dio che diede la terra di Canaan ad Abramo. Queste, ad esempio, sono le argomentazioni del nuovo ambasciatore Usa in Israele, un uomo che sventola la Bibbia nel consiglio di sicurezza dell’Onu come prova della ineluttabilità della proprietà terriera e della storia. Di fronte a questo tipo di approccio non esiste politica o razionalità: è la trascendenza che prende il posto del compromesso. Non mancano i critici in Israele, come alcune associazioni per i diritti umani, i maggiori esponenti della letteratura contemporanea, la linea editoriale del quotidiano Haaretz: tutti però pronti a ricompattarsi in caso di conflitto contro i palestinesi.

Due stati per due popoli addio
Gli israeliani non sono minimamente interessati alla costruzione di due stati per due popoli e, almeno ufficialmente, non lo sono manco i palestinesi di Hamas. Al Fatah, il partito del grigio presidente Abu Mazen, da tempo riconosce ufficiosamente il diritto all’esistenza di Israele. In ogni caso è ormai materialmente impossibile. Oltre alla ramificazione colonica, non si contano le barriere, i check point, i mille strumenti volti a spezzare l’integrità territoriale di una comunità palestinese. Il governo Netanyahu, come quello Sharon, vede come soluzione l’esodo verso la Giordania dei palestinesi della Cisgiordania: in cui non rimangono che delle énclaves sotto assedio, circondate per giunta dal noto muro difensivo eretto durante il governo Sharon.

La tipica doppia morale occidentale
La Palestina, o meglio i brandelli di Palestina che sopravvivono, è un disastro: chiunque l’abbia attraversata ha visto condizioni di vita al limite dell’umanità. E qui arriva l’intollerabile doppia morale occidentale, in particolare statunitense: che arma e copre politicamente Israele in ogni caso, mentre ricopre di dollari i territori occupati privi di economia. Il miglior strumento per alimentare la corruzione, dilagante, e impoverire ancor più la popolazione. Territori occupati che, tra l’altro, una parte della comunità internazionale, e non solo Israele, definisce «contesi»: e se c’è una contesa questa si risolve sul piano della forza bruta, di solito. Di territori «contesi» parlava il segretario di stato di George  Bush, Donald Rumsfeld.

L'astensione tardiva di Obama che non serve a nulla
L’astensione statunitense in sede Onu, in tal senso, appare come un dispetto lungamente covato, che ha trovato coraggio solo quando non c’era più nulla da perdere. L’amministrazione Obama ha avuto ben otto anni per fare un gesto simile: ma non l’ha mai fatto. Ha avuto otto anni per riequilibrare la situazione e lavorare per la soluzione dei due stati: ma non ha mai fatto nulla di serio. Seppur mugugnando, ha sempre dato il via libera alla politica espansiva israeliana attuata attraverso le colonie, che vengono difese da soldati che impugnano armi made in Usa. Il riconoscimento dello stato palestinese porrebbe fine ad una propaganda araba anti-occidentale, e disarmerebbe il fanatismo: di fatto sarebbe il miglior antidoto contro il terrorismo che si nutre delle disgrazie palestinesi. Senza dimenticare però che se gli israeliani sono nemici dichiarati dei palestinesi, non da meno è il comportamento di tutti i governi mediorientali della regione.

Trump e Israele
Il neo presidente, che in passato ha avuto posizioni molto sfumate sulle questione giungendo a far infuriare la comunità ebraica statunitense, si è schierato al fianco di Israele in maniera quasi pacchiana. Sposterà la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, atto simbolico che farà felice gi israeliani. E si parla già di uno stralcio degli accordi tra Usa e Iran, relativi al programma nucleare ufficialmente abbandonato.