6 giugno 2020
Aggiornato 17:00
Nuovo arrivo nel sistema mediatico di Daesh

La nuova rivista dell'Isis, il cui titolo è già una minaccia: «Roma»

Il titolo è già una minaccia. Curatissima nei dettagli, in 7 lingue, editing patinato. La nuova rivista dell'Is risponde pienamente alla nuova fase che sta vivendo l'organizzazione.

La sagoma di un combattente dell'Isis.
La sagoma di un combattente dell'Isis. Shutterstock

ROMA - Se sul terreno lo Stato Islamico, in Siria, in Iraq e in Libia, sta tutto sommato battendo in ritirata, non si può dire lo stesso nel campo della propaganda. Che poi è sempre stato il vero asso nella manica per l'organizzazione terroristica che ha da sempre puntato tutto sulla comunicazione. Ve lo avevamo già raccontato: l'Isis, in questo, non si è mai fatta mancare nulla: dal quotidiano patinato chiamato Dabiq che fa il verso a Vanity Fair, all'uso pervasivo dei social come mezzi di propaganda e reclutamento; dalle sapienti e occidentalizzate tecniche di video-editing, a piattaforme dedicate di chat e messaggistica; fino ad arrivare, addirittura ai videogiochi. E oggi, a questo maestoso meccanismo mediatico multimediale, si aggiunge un nuovo medium: la rivista Rumiyah.

Il titolo
Già il titolo deve farci rizzare le antenne: perché Rumiyah è la parola usata in una lettera ai Romani scritta dall'apostolo Paolo per indicare Roma. Il termine è stato utilizzato nel 2006 dall'Isis in Iraq, a pochi mesi dalla morte del proprio leader Abu Mus’ab al-Zarqawi, in occasione della pubblicazione del discorso del suo successore Abu Hamza al-Muhajir. Il discorso in questione conteneva un'esortazione che suonava così: «O muwahhidin, per Allah, non ci fermeremo nel nostro jihad se non sotto gli ulivi di Rumiyah (Roma)».

Tempistica perfetta
In questo senso, il lancio di una rivista intitolata proprio Rumiyah a pochi giorni dalla morte di Abu Muhammad al-‘Adnani, responsabile dell’Emni (i servizi segreti dello Stato islamico) e mente degli attentati in Occidente, non è affatto casuale. Soprattutto, visti i precedenti. Né sarà casuale il sottotitolo - proprio l'invocazione sopracitata -, e l'articolo dedicato alla figura del defunto Abu Hamza, che, nell'Isis, ha «coniato» il termine. 

Il senso di Rumiyah
Come si vede, dunque, nulla è lasciato al caso. La strategia di comunicazione è curata fin dalle date di pubblicazione, dalla scelta del titolo e dalle sue occorrenze. Una cura tale da far pensare che Rumiyah non sia solo uno dei tanti organi di propaganda del sedicente Stato islamico, ma sia qualcosa di più. L'editing è patinato come nel caso di Dabiq, ma il nuovo prodotto è decisamente più agile: 38 pagine anziché 80. Ma perché affiancare al magazine ufficiale già esistente un altro organo di stampa?

Dalla Siria a Roma
Innanzitutto, esiste tra le due riviste una continuità, o meglio un «progresso» concettuale suggerito già dal titolo. Perché si è passati da Dabiq, piccola cittadina del nord della Siria al confine con la Turchia,  teatro, nel hadith 6924 (la raccolta dei pensieri di Maometto), della battaglia finale contro i «crociati» prima del ritorno del «Messia», alla capitale della Cristianità. Un progresso che suggerisce un respiro più internazionale, e soprattutto ventila minacciosamente che il prossimo e più vero obiettivo dell’Isis (per la verità  già più volte sbandierato) sia proprio Roma. Ma il respiro più «internazionale» è dato anche dal fatto che la rivista è stata lanciata contemporaneamante in sette edizioni diverse: in inglese, francese, tedesco, turco, indonesiano, pashtun e uyguro. Tanto da far supporre agli analisti che costituisca il corrispettivo per gli stranieri di ciò che per gli arabi è Al-Nabà, la newsletter militare dello Stato Islamico.

Cambio di focus, e proprio ora
In realtà, c’è sicuramente di più di questo: perché oltre agli aggiornamenti militari, Rumiyah contiene anche analisi e approfondimenti con modalità più simile a quella di Dabiq. Piuttosto, si deve sottolineare il cambiamento di focus a cui abbiamo già accennato, che non potrebbe essere più strategico. In un periodo in cui in casa lo Stato Islamico arretra, cioè, l’organizzazione si proietta al di fuori, spingendo i propri adepti a guardare in prospettiva al target finale: il cuore dell’Occidente e la patria degli infedeli. E, soprattutto, spronandoli a colpire all'estero.

Dopo la morte di al-Adnani
Tutto questo, dopo la perdita di una figura-chiave come al-Adnani: una perdita che Daesh tenta di ridimensionare, perlomeno agli occhi del mondo, suggerendo che la sua forza è tutt’altro che perduta. Una strategia a livello mediatico che risponde pienamente a quella seguita a livello tattico: e cioè compensare le perdite territoriali preparando sempre più attentati in Occidente, o rivendicando quelli prodotti dall’«effetto emulazione» che sempre più spesso arma la mano dei lupi solitari.

Edizioni in varie lingue, con un occhio al pubblico
Ma la cura del dettaglio si manifesta in un’altra caratteristica: il fatto che le singole edizioni della nuova rivista siano modulate sul proprio pubblico. Ad esempio, l’edizione francese non contiene l’appello ad attaccare i miscredenti invece presente in quella tedesca e inglese, forse per le molte indagini in corso nel Paese, che richiedono ai jihadisti o aspiranti tali una certa prudenza. In piena consonanza, peraltro, con l’avvertimento diffuso da un canale Telegram riconducibile all’Isis, e diretto ai «lupi solitari in Europa in generale e in Francia in particolare». Il messaggio è chiaro: «molti fratelli sono stati perquisiti e arrestati prima di effettuare le loro operazioni, per questo motivo consigliamo ai nostri fratelli di eliminare ogni cosa che si riferisca allo Stato Islamico, sia che si tratti di fotografia/video o applicazioni e soprattutto di passare all’azione prima che sia troppo tardi».

Tra analisi dottrinali e contenuti di propaganda
In comune con Dabiq, Rumiyah manifesta l’intenzione di diffondere la propria visione dell’Islam. Contiene quindi diverse analisi, tra cui l’accusa di apostasia generalizzata per la famiglia saudita, o l’approfondimento sui cosiddetti «sapienti del male», personalità religiose o ispiratori di jihad accusati a propria volta di apostasia. In più, contiene la traduzione di contenuti di An Naba, tra cui il numero dei morti e dei mezzi distrutti tra le fila dei nemici dello Stato Islamico (principalmente curdi e forze governative), dal carattere decisamente propagandistico.

Duplice intenzione
L’intenzione è dunque duplice: da un lato dimostrare al mondo che Daesh non è in ritirata come sembra, ma ha ancora tanti assi nella manica da giocarsi; dall’altro mandare un messaggio agli adepti sparsi in tutto il globo (da Occidente a Oriente, dall’Europa all’Indonesia), invitandoli ad aderire alla sua causa. Puntando sempre e comunque sull’arma più pericolosa e potenzialmente incontrollabile di cui l’Isis dispone, e grazie alla quale sta facendo la differenza nel complesso universo jihadista: la propaganda.

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