20 agosto 2019
Aggiornato 03:00
Sempre più vicini alla nomination

Usa 2016, a New York Trump e Clinton vincono facile

Donald Trump ha vinto in casa, facendo il pieno alle primarie di New York. Lo stesso può dirsi per Hillary Clinton, che ha inflitto un duro (ma prevedibile) colpo all'avversario Bernie Sanders

Spille elettorali con i nomi dei probabili sfidanti alla Casa Bianca.
Spille elettorali con i nomi dei probabili sfidanti alla Casa Bianca. Shutterstock

NEW YORK - Donald Trump ha vinto in casa. Il candidato alla nomination repubblicana ha fatto il pieno alle primarie di New York, dove ha dimostrato la forza del suo messaggio populista. Non appena i seggi avevano chiuso alle ore 21, le tre di notte in Italia, è arrivata la notizia della vittoria del magnate dell'immobiliare newyorchese. Trump ha stracciato i rivali, raccogliendo il 60% circa dei voti, oltre il 50%+1 necessari per aggiudicarsi tutti i 95 delegati in palio. Come previsto, Ted Cruz è arrivato terzo. Il senatore del Texas autoproclamatosi l'unico capace di fermare l'inarrestabile ascesa del tycoon nato in Queens è stato seminato dal governatore dell'Ohio John Kasich con il 25%.

Trump gongola
«E' incredibile, siamo vicino al 70% dei voti», ha detto Trump iniziando il suo discorso, quando ancora lo spoglio dei voti era appena cominciato. Con cravatta blu elettrico, camicia bianca e vestito blu con spilla al petto raffigurante la bandiera americana, Trump ha rilanciato il solito cavallo di battaglia ma ha colto l'occasione per attaccare il Gop: quello del partito repubblicano «è un sistema corrotto. Torneremo a quello vecchio chiamato tu voti, tu vinci». Parlando dalla lobby della Trump Tower a Manhattan fatta di pareti di marmo e cascate di acqua, le stesse da cui lo scorso giugno annunciò la sua discesa in campo accusando gli immigrati messicani di essere stupratori e spacciatori di droga, il candidato del Gop ha attaccato: «Nessuno dovrebbe prendersi i delegati e dichiarare vittoria a meno che ottenga quei delegati con gli elettori e con i voti. E questo è quello che sta per succedere». Alla convention «arriveremo forti, nessuno può rubarcela», ha promesso. Per corroborare la sua tesi, Trump ha persino lanciato una freccia a favore del rivale democratico Bernie Sanders: «Non sono suo fan, ma vedo Bernie vincere, vincere e vincere e dicono che lui non ha la possibilità di vincere. Loro hanno i superdelegati. Il partito repubblicano è peggiore». Accompagnato dalla moglie Melania (di bianco vestita) e dalla figlia Ivanka (di rosso fiammante) lui ha promesso: «Nessuno ci fermerà». L'America «tornerà a essere così forte, che sono impaziente» di diventare presidente, ha continuato Trump promettendo di usare «persone incredibili per fare accordi incredibili nel mondo» e di tenere i posti di lavoro in Usa, «invece di trasferirli in Messico».

Cruz eliminato?
Trump non ha perso l'occasione di attaccare il suo acerrimo nemico: «Cruz è matematicamente eliminato». D'altra parte, per l'ultra-conservatore le vittorie contro il rivale newyorchese come quelle in Utah, Wisconsin e Wyoming sembrano un lontano ricordo. E di fatto, la sconfitta nell'Empire State gli impedisce di raggiungere i 1.237 delegati necessari per aggiudicarsi la nomination prima di arrivare alla convention di luglio a Cleveland, Ohio. Anche per questo la sua strategia resta una: rastrellare il più possibile delegati impedendo a Trump di raggiungere quella soglia fatidica. Ora il senatore del Texas deve affilare le armi in vista delle primarie di martedì prossimo che si terranno in cinque Stati lungo la costa orientale degli Stati Uniti (Pennsylvania, Connecticut, Delaware, Maryland e Rhode Island). Consapevole dell'amara sconfitta in arrivo e con il prossimo appuntamento elettorale già in testa, Cruz ha trascorso la serata di ieri a Philadelphia, città del cosiddetto Keystone State. Là ha parlato ai sostenitori mezz'ora prima della chiusura dei seggi a NY, come a dire che i giochi ormai erano fatti. Ma anche la East Coast potrebbe risultare dura con lui: l'elettorato è lìgeneralmente troppo liberal per stare dalla sua parte. Forse per questo i sostenitori e i repubblicani anti-Trump sperano che la prossima occasione per la rimonta sarà il tre maggio in Indiana e il 10 maggio in Nebraska, due Stati più conservatori con una buona fetta evangelica della popolazione. Poi ci sarà l'appuntamento della California del 7 giugno, l'ultimo della stagione delle primarie e quello con il maggiore numero di delegati in palio: 172. Presentato da Carly Fiorina - ex Ceo di HP che lo scorso 10 febbraio si ritirò dalla corsa per la Casa Bianca, unica donna in gara tra i repubblicani - Cruz ha dichiarato: «La gente chiede una nuova rotta. Questo è l'anno degli outsider. Anche [il democratico] Bernie Sanders lo è ma noi abbiamo idee molto diverse», ha continuato incitando il sogno di chi crede che «domani può e sarà migliore». Con una cravatta rosa, camicia azzurra e vestito grigio, il senatore del Texas ha aggiunto: «Oggi, in quanto repubblicani, siamo d'accordo su molte cose. Ci sono anche aree di disaccordo. Ma alla domanda se siamo soddisfatti sulla direzione della nazione, la voce è unica. Vogliamo una nuova rotta».

Kasich sicuro di sè
Dalla sua pagina Facebook, Kasich ha spiegato che il risultato delle primarie di New York «porta chiarezza nella sfida alla nomination repubblicana». E' lui - ha detto - ad essere «meglio posizionato per sfidare Trump», a cui ha dato indirettamente ragione dicendo che il senatore del Texas «non può assicurarsi la nomination prima di Cleveland». Il governatore dell'Ohio è convinto che il tycon di NY non vincerà la nomination: «La sua unica possibilità sarà al primo voto" della convention dopo il quale "un certo numero dei suoi delegati starà con noi al secondo voto». Alla fine, recita il roseo pronostico, sarà Kasich a prevalere perché «è l'unico candidato che può sconfiggere Hillary Clinton». Ecco perché Kasich preme per una convention aperta, quella in cui tutto sarà possibile.

La vittoria di Hillary
Tutti sapevano che alla fine sarebbe successo, che Hillary avrebbe vinto le primarie dello Stato di New York. Ma per settimane in molti hanno creduto in una possibile rimonta da parte di Bernie Sanders, vista la grande partecipazione dal basso, oltre le aspettative, con più di 30.000 persone in piazza solo nell'ultimo comizio di Brooklyn, a Prospect Park, la scorsa domenica. E invece New York non ha fatto saltare il banco. Ha premiato l'ex segretario di Stato, che giocava in casa e che già aveva vinto per due mandati consecutivi un seggio in Senato grazie all'Empire State. Così Clinton ha portato a casa il 57,3% dei voti contro il 42,7% di Sanders che già, forse annusando la disfatta, aveva deciso di guardare avanti, volando in Pennsylvania, dove si voterà il prossimo 26 aprile e dove sono in palio un buon numero di delegati, in tutto 189. «Non c'è nessun posto come la propria casa. Grazie New York», ha detto dal suo quartier generale ieri sera poco dopo la chiusura dei seggi, circondata da migliaia di sostenitori. Un discorso molto progressista quello di Clinton che ha parlato di lavoro, di opportunità per tutti, di inclusione e di immigrazione. Ma subito Clinton ha voluto parlare al suo avversario. O meglio ai sostenitori del suo sfidante, Bernie Sanders. «Ci sono più cose che ci uniscono che cose che ci dividono», ha continuato la candidata.

Nodo armi
«La nostra diversità è il nostro principale punto di forza», ha aggiunto Hillary parlando ai newyorchesi e continuando a ripetere il suo mantra: l'America è già un grande Paese e possiamo migliorarlo solo insieme, lavorando insieme. Intanto la folla intorno al politico ha iniziato a urlare «Hillary, Hillary, Hillary». Lei ha chiesto un attimo di silenzio. «Qui con noi c'è una persona speciale, c'è Erika Lafferty, la figlia della preside della scuola di Sandy Hook, morta per cercare di difendere gli alunni della scuola», ha detto Clinton commuovendosi e rallentando per un attimo un discorso che fino a quel momento era stato incalzante. L'ex segretario di Stato, accompagnata sul palco dal marito Bill, dalla figlia Chelsea e dal marito di lei, Marc Mezvinsky, ha così ricordato la strage di Sandy Hook, la scuola elementare di Newtown, Connecticut, in cui il 14 dicembre 2012 Adam Lanza uccise 20 bambini e sei adulti. «Questo ci dice che dobbiamo fare una riforma delle politiche sulle armi», ha detto la candidata, concludendo tra gli applausi il suo discorso.

Per Sanders una sfida sempre più difficile
Ma sulle primarie democratiche pende anche la spada di Damocle di oltre 126.000 elettori, solo a Brooklyn, che non hanno potuto votare perché non iscritti nelle liste del partito democratico e che ora chiedono di poter esprimere la propria preferenza oggi. Intanto la matematica è molto chiara: anche se i dati non sono ancora definitivi, Hillary ha preso 104 delegati, contro gli 85 di Sanders. In tutto adesso Clinton ha 1.411 delegati, mentre il candidato socialista ne ha 1.179 (senza contare i superdelegati che fino all'ultimo possono cambiare la loro posizione). Per vincere la convention del prossimo 25 luglio a Philadelphia servono 2.383 delegati. E per Sanders la strada è ancora difficile visto che dopo otto vittorie su nove primarie, la striscia positiva è stata interrotta da New York. «Grazie a tutti coloro i quali sono scesi in piazza stasera a New York! Davanti ci sono ancora 5 stati in cui si vota la prossima settimana», ha scritto Sanders su Twitter.

(Con fonte Askanews)