25 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Pil stimato fino al 2020: 6,5-7 per cento

Cina, adottato il piano quinquennale per rilanciare il Dragone

E' un momento interlocutorio per la Cina. Il gigante dell'Asia orientale comincia a sentire l'affanno nella sua lunga corsa verso la prosperità che dura ormai da un decenni.

Il presidente cinese Xi Jinping.
Il presidente cinese Xi Jinping. (Frederic Legrand - COMEO / Shutterstock.com)

PECHINO - E' un momento interlocutorio per la Cina. Il gigante dell'Asia orientale comincia a sentire l'affanno nella sua lunga corsa verso la prosperità che dura ormai da un decenni. Ma Pechino non intende cedere al pessimismo e si dice convinta che non è in vista alcun «hard landing» per la sua economia. Intanto il Piano quinquennale, lo strumento di politica economica elaborato dal Partito comunista cinese che deve accompagnare il miliardo e mezzo di abitanti fino al 2020, ha avuto oggi la scontata approvazione del Congresso nazionale del popolo, il «parlamento» cinese che per due settimane ha dibattuto della questione senza sostanzialmente apportare alcun reale contributo a un pacchetto chiuso, elaborato dai burocrati del Pcc.

Stime
Il documento stima una crescita annua stabile da qui al 2020 del 6,5-7 per cento. Nel 2015 il Pil cinese è cresciuto del 6,9 per cento, il più basso di quest'ultimo quarto di secolo. Si tratta di un dato che, per diversi osservatori, è sovrastimato e suona come un campanello d'allarme per un sistema politico che ha barattato le libertà civili con un incremento del benessere economico dei suoi cittadini. Non è quindi un caso che la parola d'ordine per il Piano quinquennale in via d'approvazione sia «costruire una società moderatamente prospera». Il primo ministro Li Keqiang, alla fine del lungo dibattito, ha assicurato in una conferenza stampa che l'economia di Pechino non avrà un «hard landing» e che le riforme strutturali proseguiranno, in particolare tagliando la sovrapproduzione da parte dell'industria pesante di stato, ma senza che questo comporti licenziamenti di massa. Era stato lo stesso governo di Pechino a sostenere nei giorni scorsi che qualcosa come 1,8 milioni di posti di lavoro in questo settore scompariranno.

Il piano
Il Piano quinquennale, un documento cruciale di programmazione nei sistemi politici comunisti, nasce dopo una gestazione di mesi come proposta del Partito comunista cinese. Quando viene sottoposto alla riunione plenaria del Congresso nazionale del popolo è già sostanzialmente definito in tutte le sue parti e, infatti, l'assemblea ha approvato all'unanimità la bozza licenziata a ottobre dello scorso anno dal Plenum del Comitato centrale del Pcc. Dopo quel passaggio, il partito - a cominciare dal suo leader, il presidente Xi Jinping - aveva tenuto un'ampia consultazione. Il capo dello stato aqveva anche fatto diversi viaggi per incontrare leader, gruppi d'interesse e collettività locali.

5 concetti
Il piano è articolato su cinque concetti: innovazione, coordinamento, sviluppo sostenibile, apertura e condivisione. Delinea un processo di riforma strutturale che ha alla sua base il riallineamento dell'economia cinese dalle esportazioni allo sviluppo di un mercato interno, con una particolare attenzione all'ambiente e alla sostenibilità. Inoltre si concentra sulla riforma dei mercati finanziari e sull'obiettivo della riduzione della povertà. Pechino ha bisogno di far percepire la crescita ai suoi cittadini per evitare le ricorrenti proteste interne e rivolte, oltre le pericolose spinte centrifughe delle minoranze, in particolare quella uiguro-musulmana del nordest del paese.

Interessi
In quest'ultimo contesto va anche inquadrato lo spiccato interesse cinese verso l'Asia centrale con la sua «Belt & Road Initiative», un ambizioso progetto d'investimenti infrastrutturali destinato ai paesi della regione che punta, da un lato, a rafforzare il ruolo di Pechino come potenza regionale e, dall'altro, di cercare di creare le condizioni per mitigare i rischi di uno jihadismo montante in un'area del mondo che molti osservatori considerano la prossima frontiera dell'Isis. Anche questo progetto per una «Nuova Via della Seta» sarà sul tavolo dei delegati del congresso.

Crescente proeizione militare
Al soft-power, Pechino accoppia anche una crescente proiezione militare, in particolare nel Mar cinese meridionale, con l'obiettivo non solo di assicurare rotte l'approvvigionamento energetico e commerciali, ma anche di mobilitare, con un richiamo nazionalistico, la sua popolazione. Ma questo, a dire di Robert Kaplan che è intervenuto sull'ultimo numero della rivista Foreign Affairs, è un segno della debolezza più che della forza di Pechino, una fragilità causata dalla fine della crescita a doppia cifra che ha caratterizzato la sua economia dai tempi di Deng Xiaoping. Il Pcc di Xi Jinping, insomma, rinserra le fila e cerca di rassicurare l'opinione pubblica. In questo senso, assume una particolare rilevanza la spietata campagna anti-corruzione per creare - come ha detto eufemisticamente a inizio anno lo stesso presidente - «un ecosistema politico verde». In questa sessione del Congresso nazionale del popolo, tra i 3mila delegati, ne sono sono mancati 25 rimasti invischiati in casi di corruzione. Kaplan ha affermato che questa campagna «ha principalmente funzionato come una grande purga politica».

Ideologia
Per irreggimentare partito e paese, inoltre, Xi Jinping ha recentemente rilanciato anche il tema della centralità ideologica del Partito, restaurando la stessa figura di Mao Zedong. Un mesetto fa è stata parzialmente ripubblicata una guida per i quadri di partito del fondatore del Pcc. Si tratta d'un messaggio chiaro per la nomenklatura cinese: vanno ristabilite disciplina e pratiche interne che negli ultimi decenni erano state dimenticate a vantaggio di un approccio più individualista e affarista. A vigilare sul rispetto di questa linea, c'è l'onnipotente Commissione centrale d'ispezione di disciplina, che dispone inchieste ed espulsioni e che rappresenta oggi il vero cuore del potere che ruota attorno a Xi. Questo impulso tuttavia non chiude completamente la bocca a chi dissente. Proprio durante la sessione della riunione, il delegato Jiang Hong ha rilasciato un'intervista a Caixin nella quale ha chiesto maggiore libertà di parola nel congresso. L'intervista - secondo quanto ha ricostruito la Bbc - è stata censurata e Jiang è tornato alla carica con una seconda intervista nella quale s'è scagliato contro la censura. Risultato? Le forbici della censura si sono di nuovo abbattute su Caixin. A quel punto il delegato ha parlato con la Bbc nella quale ha detto: «Se una società ascolta una sola voce, allora può commettere errori».

(Con fonte Askanews)