26 ottobre 2021
Aggiornato 19:00
Come comunicano davvero i jihadisti?

I terroristi usano davvero la PlayStation4 per colpirci?

La PlayStation 4 è l'ultimo grande imputato tra i mezzi di comunicazione usati dall'Isis per pianificare i propri attacchi. Ma le accuse sono fondate? Come comunicano tra loro i jihadisti?

PARIGI – All’indomani degli attacchi di Parigi, la stampa mondiale ha subito «incriminato» la PlayStation 4, annoverandolo tra i mezzi utilizzati dai terroristi per comunicare in totale segretezza. A supporto di questa tesi, la dichiarazione del ministro dell’Interno belga Jan Jambon, che, qualche giorno prima di quel maledetto 13 novembre, aveva affermato: «La PlayStation4 è più difficile da monitorare rispetto a Whatsapp». «E’ molto, molto difficile per i nostri servizi – aveva aggiunto Jambon – decriptare le comunicazioni avvenute attraverso la PlayStation4». Quella di Jambon è parsa quasi una profezia: dopo gli attentati di Parigi, un articolo di Forbes ha parlato addirittura del ritrovamento di una console all’interno di un rifugio scoperto dalla polizia.

La PlayStation è sicura?
I giochi per console, si sa, sono incredibilmente popolari: la PlayStation 4 ha venduto più di 25 milioni di unità e il network PlayStation ha più di 65 milioni di utenti. Il gioco offre la possibilità di comunicare attraverso un servizio di collegamento online, o usando chat vocali. Questi sistemi potrebbero essere più difficili da decriptare, e la loro ampia diffusione li rende ancora più complessi da monitorare. A ciò si aggiunga che la Sony non gode di una gran reputazione in fatto di sicurezza: nel 2011 una violazione del network PlayStation ha visto 77 milioni di utenti fare i conti con il furto di dati personali, mentre a dicembre dello scorso anno un hackeraggio colpì celebrità e personaggi famosi. Secondo Forbes, i terroristi potrebbero utilizzare i videogames per comunicare tra loro addirittura attraverso le monete di Super Mario Poket, o scrivendo, con le armi di Call of Duty, messaggi sui muri con raffiche di proiettili. D’altra parte, lo stesso Edward Snowden ha rivelato che, in passato, l’Nsa americana e il Gchq britannico hanno messo sotto controllo videogiochi online e chat room, per individuare – questo il motivo ufficiale – eventuali comunicazioni rilevanti per l’antiterrorismo. Insomma: i terroristi usano davvero i giochi per console per ideare attacchi ai nostri danni?

Tra PSN e dark web
L’unica cosa che si sa certamente è che i jihadisti hanno usato le immagini del celeberrimo Gta (Grand theft auto) come strumento di propaganda, per veicolare il messaggio: «Noi possiamo fare le stesse cose di questo videogioco, ma applicate alla jihad». Tuttavia, l’uso di videogames a scopo di proselitismo non è certamente un'invenzione del terrore: America’s Army è il multiplayer gratuito creato dai militari dell’esercito Usa per convincere i giovani ad arruolarsi. Per il resto, del fatto che i terroristi usino i sistemi di comunicazione di PlayStation4 non esistono ancora evidenze. Tantomeno, esistono evidenze che quel network abbia avuto un ruolo nell’organizzazione degli attentati di Parigi. Praticamente qualunque media online è stato messo, almeno una volta, sotto accusa, e qualunque di esso potrebbe potenzialmente essere usato da criminali. Ad esempio, la russa Telegram è un’altra piattaforma cui è stato imputato – in mancanza di prove certe – di aver facilitato i contatti tra i terroristi. La società si è affrettata a dichiarare di aver preso provvedimenti adeguati per impedire che ciò avvenga, smentita che è giunta in questi giorni anche dalla Sony. Evidenze starebbero emergendo, piuttosto, riguardo l’utilizzo da parte dell’Isis del «dark web», quella parte «sommersa» di internet accessibile solo con particolari software e speciali password. Secondo Limes, l’Isis sarebbe giunta a utilizzare persino il sistema Tor (The Onion Router), finanziato dal governo americano per permettere agli oppositori di regimi autoritari di comunicare in segretezza. Addirittura, un’inchiesta pubblicata a giugno dell’European Union Institute for Security Studies ha rivelato che attraverso il dark web i terroristi possono comprare armi (per esempio sul sito EuroGuns, che vende kalashnikov a 550 dollari) o documenti falsi (grazie a Fake Documents Service, che offre documenti falsi anche belgi e americani).

L’annosa questione della privacy
Ma la questione di fondo che si apre dopo queste (più o meno verificate) rivelazioni è un’altra: come fare a contemperare l’esigenza di sicurezza alla necessità di difendere la privacy dei cittadini? Il rischio che si intravvede, cioè, in queste situazioni è sempre quello che la longa manus dell’intelligence «approfitti» delle congiunture «emergenziali» (o descritte come tali) per aggirare le «scomode» tutele sulla privacy. E questo è l'ennesimo tranello che ci tende il terrorismo: indurci, per paura, a rinunciare a sacrosante tutele e fondamentali diritti, spingendoci forse più in là di ciò che sarebbe effettivamente necessario. Stiamo facendo il loro gioco?