19 gennaio 2020
Aggiornato 19:00
Prossimo incontro a Barcellona

Clima: nulla di fatto ai colloqui di Bangkok, a rischio Copenaghen

Spaccatura tra i Paesi occidentali e le delegazioni rappresentanti le economie emergenti. Contestati gli Stati Uniti

NEW YORK - Si sono chiuse con un nulla di fatto le due settimane di colloqui internazionali per trovare una base di accordo per ridurre le emissioni inquinanti, in vista della conferenza sul clima del prossimo dicembre a Copenaghen. A far arenare le trattative in corso a Bangkok è stata ancora una volta la spaccatura tra i Paesi occidentali e le delegazioni rappresentanti le economie emergenti, che chiedevano un impegno concreto dei Paesi sviluppati prima di siglare un accordo per tagliare le emissioni di Co2.

Le critiche erano partite già nei giorni scorsi quando era apparso chiaro che le grandi potenze, e in particolare gli Stati Uniti, avrebbero rimandato al prossimo incontro di Barcellona dal 2 al 6 novembre, l'ultimo prima di dicembre, la discussione di una bozza concreta di accordo. Sul banco degli imputati è finita ancora una volta la politica di Washington che, nonostante l'impegno a guidare la lotta internazionale ai cambiamenti climatici, ha presentato in Tailandia con proposte definite «modeste» dagli ambientalisti.

«Sgomento» è invece la parola usata dal rappresentante indiano ai colloqui, Shayam Saran, commentando l'assenza di un piano da parte delle nazioni occidentali. L'India fa parte del blocco di Paesi che, insieme a Cina e Brasile, sono ritenuti fondamentali per un efficace risultato alla conferenza di Copenaghen, che aprirà i battenti il prossimo 6 dicembre. «Non possiamo continuare a perdere tempo fallendo sui mandati politici», ha commentato Kim Carstensen del WWF, dopo la delusione odierna.

Gli Stati Uniti sono considerati l'ago della bilancia dei colloqui. Senza un programma ambientale forte da parte della più grande economia del mondo infatti i Paesi emergenti difficilmente sigleranno un accordo risolutivo e senza la riduzione delle emissioni americane gli effetti di un nuovo trattato sarebbero enormemente minori. L'impegno di Washington però è fortemente condizionato dalla legge sul clima voluta da Barack Obama, la cui approvazione rischia di slittare a dopo i colloqui di dicembre.

«Sarà molto difficile che gli Stati Uniti si impegnino su numeri specifici in assenza di una legge del Congresso», ha detto il capo delle delegazione americana Jonathan Pershing, uscendo dalla riunione di oggi. La legge attualmente in discussione al Parlamento prevede un taglio nella produzione di anidride carbonica del 20% rispetto ai livelli del 2005. Un obiettivo contestatissimo dai repubblicani e comunque molto inferiore a quello stabilito dal precedente protocollo di Kyoto.