15 novembre 2019
Aggiornato 07:00

Sri Lanka: Colombo nega visto a Bildt, crisi diventa diplomatica

Ancora furiosi scontri. Miliband e Kouchner confermano visita

Dopo il rifiuto della tregua, Colombo ha deciso di vietare il visto di ingresso nello Sri Lanka al ministro degli Esteri svedese Carl Bildt, che fino ad oggi aveva svolto il ruolo di mediatore per il cessate il fuoco tra l'esercito cingalese e le tigri Tamil. Il capo della diplomazia di Stoccolma si sarebbe dovuto recare domani nello Sri Lanka, assieme ai ministri degli Esteri di Gran Bretagna e Francia, David Miliband e Bernard Kouchner.

I ministri di Londra e Parigi hanno confermato il loro arrivo, nonostante la presa di posizione di Colombo. Bildt, da parte sua, ha deciso di «richiamare l'ambasciatore svedese nello Sri Lanka per consultazioni». Tanto più che il governo cingalese non avrebbe addotto alcuna spiegazione plausibile per il rifiuto del visto. «Non ho idea del perché sia successo. Stanno provando a giustificarsi dicendo che le visite dei ministri britannico e francese erano state pianificate in anticipo, ma non è vero», ha commentato Bildt.

Mentre si continua a combattere nel nord del paese, la crisi rischia dunque di allargarsi anche al campo diplomatico. Con il rifiuto imposto a Bildt, nell'ottica di un cessate il fuoco per favorire gli aiuti umanitari alla popolazione civile, la comunità internazionale confida adesso nella missione di Miliband e Kouchner. «Non c'è ragione di cambiare i nostri progetti», ha dichiarato un portavoce del ministero britannico degli Affari Esteri, a proposito del viaggio in programma da domani.

Toccherà a loro fare pressioni sul governo di Colombo per ottenere un rapido cessate il fuoco. «Penso che la tregua sia una soluzione molto ragionevole. La situazione umanitaria è molto seria», ha detto Bildt. Ieri il responsabile agli Affari umanitari delle Nazioni Unite, John Holmes, in visita nel paese, ha chiesto a Colombo una tregua «umanitaria» ed ha invitato i ribelli ad arrendersi, per risparmiare i 50mila civili ancora bloccati nella zona dei combattimenti. Secondo le Nazioni Unite, più di 6.500 civili sono stati probabilmente uccisi e altri 14mila feriti dopo che l'esercito ha lanciato a gennaio la sua offensiva finale nel nord-est del paese, oggi devastato.