21 settembre 2021
Aggiornato 04:00
L'intervista

«Riforma fiscale? Ad aprile le proposte del Parlamento al Governo»

Con il Presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin, Askanews ha fatto il punto sul ciclo di audizioni che le commissioni Finanze di Camera e Senato hanno avviato da circa un mese

Luigi Marattin, Presidente dalla Commissione Finanze della Camera
Luigi Marattin, Presidente dalla Commissione Finanze della Camera ANSA

Una delle sfide che l'Italia si trova ad affrontare nell'ambito del Recovery Fund è la riforma fiscale che, secondo il premier Mario Draghi, dovrà essere una riforma «complessiva» che spinga il potenziale di crescita del Paese incentivando offerta di lavoro e attività d'impresa. Con il presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin (Iv), Askanews ha fatto il punto sul ciclo di audizioni che le commissioni Finanze di Camera e Senato hanno avviato da circa un mese e che si concluderà attorno a fine marzo. Verrà sentito anche il neo-ministro dell'Economia Daniele Franco.

«Da un mese e mezzo - afferma Marattin - stiamo chiamando i migliori esperti nazionali e internazionali, le istituzioni, le parti sociali. Speriamo a fine aprile di consegnare al governo non solo la relazione complessiva sulla nostra indagine ma anche un documento contenente una o più proposte specifiche per ognuna delle criticità del nostro sistema fiscale. Dopo di che il governo in accordo con la maggioranza deciderà cosa fare».

Il premier ha fatto capire che pensa ad istituire una commissione governativa di esperti che dovrebbe confrontarsi con i partiti politici e le parti sociali. «E' chiaro - risponde Marattin - che quanto più il nostro lavoro in Parlamento sarà approfondito, preciso, condiviso e veloce, tanto più veloce sarà l'iter complessivo» e «forse ci sarà meno bisogno di una ulteriore commissione» anche se ovviamente «il governo ha la leggittimità di fare gli approfondimenti che ritiene».

Sulla tempistica di una riforma complessiva, Marattin esprime ottimismo: «la legislatura, stando così le cose, dura altri due anni. Due anni sono il tempo giusto che serve per completare lo studio, avere la condivisione politica, fare una legge delega e fare i decreti attuativi. Non è tanto tempo, cinquant'anni fa servì molto di più, ma credo ci siano le condizioni per far sì che dal primo gennaio 2023 gli italiani, a cinquant'anni esatti dall'ultima riforma, abbiamo un nuovo sistema fiscale più leggero e più semplice. Poi sta a noi sfruttarle».

Partiamo dagli aspetti su cui è emersa una posizione comune e che potrebbero rappresentare una base di partenza. Ci sono «tre capisaldi condivisi da tutte le forze politiche», spiega Marattin: «non possiamo permetterci interventi scoordinati ma ne serve uno complessivo"; la pressione fiscale deve essere spostata «più verso l'incentivo alla crescita in un paese cha ha un drammatico problema di crescita» e, terzo, che «alla fine di questo percorso il nostro fisco deve essere più semplice rispetto agli incredibili livelli di complessità che ha raggiunto adesso».

Vista l'ampia maggioranza con sensibilità diverse che sostiene l'esecutivo Draghi, quali invece le posizioni su cui non sarà facile trovare una sintesi? «Probabilmente ci sono sensibilità un po' diverse per quanto concerne i dettagli della tassazione del reddito di impresa o del lavoro autonomo o persino certi aspetti del riordino della tassazione sul patrimonio, ma io sono abbastanza convinto che alla fine riusciremo a trovare una soluzione equilibrata che possa avere il consenso di tutte le forze politiche, più o meno quelle di maggioranza».

Sull'Irpef, il premier ha parlato di una revisione profonda per semplificare, ridurre gradualmente il carico fiscale e assicurare la progressività. «Il punto non è se un sistema tributario debba essere progressivo o meno perché a questo pensa già il dettato costituzionale. La vera questione - puntualizza Marattin - è quanto progressivo debba essere e in quali parti della distribuzione del reddito. Oggi è una imposta incredibilmente progressiva laddove dovrebbe esserlo di meno, cioè sui redditi medio-bassi e questo scoraggia l'offerta di lavoro e la crescita. Ma alla fine l'Irpef dovrà essere un'imposta con la giusta progressività, con gli incentivi al lavoro e molto più semplice dell'attuale».

L'obiettivo è quello di non alzare la pressione fiscale e per mantenere l'equilibrio del sistema, Bankitalia, Istituto da cui arriva Draghi, ipotizza un maggior prelievo sul possesso di immobili, il riordino dei valori catastali e la reintroduzione di qualche forma di tassazione per le prime case... «Al momento nel bilancio dello stato per la riforma fiscale (al netto dell'assegno unico per i figli) ci sono solo 2 miliardi. Quindi - dice Marattin - noi nella nostra conclusione tracceremo anche delle ipotesi su come reperire gettito addizionale, in primis su come intensificare il contrasto all'evasione e all'elusione fiscale, però non con il solito slogan combattiamo l'evasione, piuttosto con proposte concrete riguardanti il fisco elettronico ma non solo».

«Dopo di che - aggiunge - è evidente che le altre due alternative all'interno del sistema tributario sono agire sull'imposta sui consumi (l'incidenza del gettito Iva sul Pil in Italia è la terza più bassa in Europa) e l'Iva è comunque un'imposta che necessita di aggiustamenti: ha quattro aliquote e non è detto che debbano essere per forza quattro. Su un'eventuale imposta sul patrimonio abbiamo sensibilità diverse, io personalmente penso che non ci sia bisogno di incrementare quel tipo di tassazione ma debba essere senza dubbio riordinata anche perché il gettito delle nostre imposte patrimoniali è nella media europea».

Altro tema è quello della giungla delle tax expenditures, una riforma sollecitata da tempo ma mai realizzata. «Posso dire che tutti siamo convinti che la giungla attuale debba essere disboscata e il gettito che si risparmierebbe su quelle abolite dovrebbe essere destinato a ridurre le aliquote su chi lavora e produce. Ma su questo tema c'è sempre stato un problema di tipo politico, quindi ogni promessa ora lascia il tempo che trova. Però - assicura Marattin - siamo convinti che vada fatto un ragionamento partendo da zero, cioè da quelle che effettivamente non possono essere eliminate, sapendo che quelle che togli non vanno a beneficio delle casse dello Stato ma tornano ai lavoratori».

Tra le ipotesi sull'Irpef, conclude, «stiamo facendo un ragionamento anche su alcune deduzioni specifiche come quella per il lavoro dipendente che era nata per far sì che il lavoratore dipendente potesse scaricarsi i costi che sostiene per produrre il proprio reddito e che nel corso dei decenni è diventata altro. Noi vogliamo ragionare se possiamo tornare all'impostazione originaria: cioè che anche un lavoratore dipendente che sostiene dei costi per produrre il proprio reddito possa dedurre forfettariamente quei costi dalla propria base imponibile».