Economia | Prezzo petrolio

Perché adesso la benzina costa di più

Come la geopolitica influenza il consumatore finale che fa il pieno alla pompa di benzina

Aumenta il prezzo della benzina
Aumenta il prezzo della benzina (EPA/MIKE NELSON)

ROMA - La decisione del presidente Usa Donald Trump di mandare a monte l’accordo sul nucleare con l’Iran, potrebbe innescare una reazione a catena che, dalla geopolitica alle finanze dei colossi petroliferi, arriva al consumatore finale che fa il pieno alla pompa di benzina. In Italia, in base all’elaborazione di Quotidiano Energia dei dati comunicati dai gestori all’Osservaprezzi carburanti del Mise, il prezzo medio in modalità self della benzina è già salito a 1,605 euro/litro (no-logo a 1,578) mentre per il diesel la media è di 1,476 euro/litro (no-logo a 1,452); nel servito il costo della benzina ora tocca in media 1,729 euro/litro (per i no-logo 1,620); il diesel sale a 1,604 euro/litro (no-logo a 1,494).

Che succede al prezzo del petrolio
L’intesa siglata con l’Iran dall’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama permetteva, in cambio dell’impegno di Teheran a bloccare il programma sul nucleare, di allentare il regime di sanzioni economiche consentendo al paese mediorientale di tornare a esportare greggio. Più petrolio iraniano sul mercato significa attente strategie di estrazione e distribuzione per gli altri paesi produttori: il prezzo del barile, che è crollato dai 100 dollari del 2014 a 30 dollari a gennaio 2016, rischia un nuovo stress. Non stupisce dunque che la marcia indietro di Trump abbia al contrario fatto salire il valore del greggio già del 5%; il Brent, punto di riferimento globale, si aggira sui 77,50 dollari al barile (il prezzo medio l’anno scorso era di 50).

La geopolitica dello shale
L’industria petrolifera americana sorride: gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno potenziato la capacità produttiva grazie alla tecnica del fracking da cui si ricava lo shale oil, che ha permesso di ridurre le importazioni dall’Opec, tenere prezzi nazionali molto bassi ed esportare (soprattutto verso la Cina, che è diventato l’anno scorso il più grande importatore mondiale di petrolio e continua a crescere). Tuttavia lo shale americano non ha la qualità del greggio dell’Opec né gli Usa hanno oleodotti per un export massiccio (Trump li sta costruendo, anche qui tornando indietro rispetto allo stop «ambientalista» di Obama). Ecco dunque che Washington fa appello allo storico alleato, l’Arabia Saudita, che ha dato la disponibilità a aumentare il suo output in modo da evitare che, con l’uscita di scena del petrolio iraniano, il boom dei prezzi vada fuori controllo.

Perché le speculazioni si sono moltiplicate
Le speculazioni si sono moltiplicate quando nei giorni scorsi in Texas, al consiglio di amministrazione di Saudi Aramco, la compagnia di stato di Riad e il più grande produttore mondiale di petrolio, hanno partecipato anche Harold Hamm, ceo e fondatore di Continental Resources e consigliere di Donald Trump, e Marc Papa, pioniere del fracking e Ceo di Centennial Resource Development. Accordo Opec-Usa in vista e imminente manna per l’industria del fracking americana? Fantapolitica, forse, ma se accadrà lo vedremo anche alla pompa di benzina.