6 giugno 2020
Aggiornato 17:00
Troppi crediti deteriorati

Non solo Mps: perché anche Carige preoccupa Bruxelles

La sfida che Banca Carige si trova ad affrontare è a dir poco audace. Le richieste della Banca centrale europea riguardano l'iter della dismissione delle sofferenze in pancia all'istituto genovese, che dovrà essere accelerato

GENOVA – Non solo Mps. Nel mirino della Bce c'è anche Banca Carige. Nei giorni scorsi il titolo dell'istituto genovese ha registrato un tonfo a Piazza Affari e nelle prossime ore dovrà presentare all'Eurotower l'impegno formale ad accelerare il processo di smaltimento delle sofferenze in pancia alla banca rispetto ai tempi stabiliti nel piano industriale 2016-2020. Ma si tratta di una sfida quasi impossibile.

La sfida di Banca Carige
Tutti gli occhi sono puntati sul Monte Paschi (LEGGI ANCHE "Mps, quel misterioso aumento di capitale...ma chi mette i soldi?"). Ma anche Banca Carige non se la passa troppo bene di questi tempi. Nei giorni scorsi il titolo dell'istituto genovese ha registrato un tonfo a Piazza Affari, perché i mercati temono che sia imminente un altro aumento di capitale. La salute di Carige infatti preoccupa gli investitori, in vista della necessità di accelerare il processo di smaltimento delle sofferenze in pancia alla banca come richiesto dalla Banca centrale europea. Lo stock dei crediti deteriorati dovrà passare in poco tempo dagli attuali 7 miliardi di euro a 5,5 miliardi entro il 2017 per arrivare a quota 3,7 miliardi entro il 2019.

Le richieste della Banca centrale europea
Con il piano industriale approvato a fine giugno Carige si impegnava a vendere circa 1,8 miliardi di Npl (non performing loan, cioè i crediti scaduti) tra il 2016 e il 2017. Ma non faceva alcun cenno alle riduzioni negli anni successivi, prevedendo soltanto che il rapporto tra i crediti deteriorati e i crediti totali arrivasse al 19,9% entro il 2020 (attualmente il rapporto è pari al 27,8% come riporta Fabrizio Patti su Linkiesta, ma un livello fisiologico è considerato intorno al 6%). Per la Bce non è abbastanza. Per questo ha chiesto all'istituto guidato da Guido Bastianini di accelerare il processo di smaltimento delle sofferenze.

I conti in rosso dell'istituto genovese
Per Carige, però, la sfida è tutt'altro che facile. La dismissione dei crediti deteriorati potrebbe lasciare una voragine nei conti dell'istituto perché per rispettare le scadenze di Francoforte la banca dovrà abbassare il prezzo di cessione delle sofferenze. Da qui il timore degli azionisti che possa rendersi inevitabile un aumento di capitale. Vale la pena di ricordare che Carige ha archiviato il primo semestre dell'anno con un risultato netto negativo per 206,1 milioni di euro (-41 milioni il risultato del primo trimestre 2016) e un ulteriore aumento delle sofferenze in pancia all'istituto. Nonostante i rischi dell'operazione monstre, tuttavia, Carige non potrà fare a meno di obbedire gli ordini di Bruxelles.

Un percorso a ostacoli e in salita
I rapporti con la Bce sono tesi dallo scorso giugno, quando l'ad Bastianini aveva risposto al diktat della Bce sui crediti deteriorati con una battuta al vetriolo, sostenendo che »non si può gestire un'azienda con un foglio excel da Francoforte». Le cose nel frattempo non sono migliorate e tra poco Carige dovrà convincere il presidente Mario Draghi della fattibilità della sua strategia industriale. Contemporaneamente, dovrà nuovamente metter mano alle spese del suo personale per ridurre i costi di gestione: chiuderanno 106 filiali e verranno licenziati circa 500 dipendenti. Ma la strada per Carige è ancora tutta in salita perché non sarà facile far dimenticare ai clienti e ai mercati quella brutta faccenda dell'arresto dell'ex vicepresidente dell'Abi ed ex presidente del Cda di Carige, Giovanni Berneschi – da oltre vent'anni alla guida della banca genovese -, avvenuto poco più di due anni fa in seguito a un'indagine della Procura di Genova che gli ha imputato le accuse di associazione a delinquere, truffa aggravata e riciclaggio.

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