13 luglio 2020
Aggiornato 23:00
I fattorini Foodora in rivolta

Il caso Foodora anticipa il lavoro che rimpiangeremo. Perché il futuro è molto più oscuro

Foodora semplicemente finirà fuori mercato, e verrà rimpiazzata da app simili, con condizioni uguali o peggiori. Questo è il principio della competitività, che piaccia o no

TORINO - Come sarebbe bello poter lavorare come Ludovico Massa, detto Lulù, l’operaio interpretato da Gian Maria Volontè ne «La classe operaia va in paradiso» di Elio Petri. Lulù era sì un cottimista, ma aveva la Fiat 127, una casa, le ferie, la mutua, due intossicazioni da vernice e un’ulcera. Il benessere, insomma. Oggi che finalmente lo spirito animale si è liberato, e i demoni della globalizzazione sono usciti dal vaso e girano felici, l’unico pensiero che rincuora è che Gian Maria Volontè ed Elio Petri siano morti. Perché dovrebbero leggere sui giornali la storia di Foodora, e il loro Lulù così triste e sconsolato non potrebbe che sembrargli un orizzonte ideale irraggiungibile, un sogno di benessere appunto.

I fattorini Foodora in rivolta
Che si può dire della vicenda? Sfruttamento? Padrone cattivo? Certo, tutto questo: ma ciò che impressiona è la cecità rispetto il contesto dove si svolge la vicenda. I dirigenti, quelli veri senza volto che vivono chissà dove, di Foodora probabilmente sono genuinamente sorpresi da quanto accaduto, dalle proteste, del clamore. Sorpresi e anche un po’ offesi. In un mondo dove la parola «competizione» ha assunto un valore totemico che accompagna la vita degli uomini dalla nascita alla morte, forse anche loro si trovano sinceramente in difficoltà di fronte alle stravaganti richieste dei loro fattorini. «Guadagnare di più? E perché mai? Ma lo conoscete il mondo oggi? Si deve essere competitivi!»: questo probabilmente stanno pensando (LEGGI ANCHE "Voucher e Foodora: la distruzione della domanda interna che il ministro Poletti non vede. O fa finta").

L'euro e la svalutazione dell'unica cosa svalutabile: il lavoro
Molti anni fa, quando qualcuno disse che la società non esisteva perché esistono solo gli individui, si gettavano le basi per rendere l’operaio Lulù un sogno proibito. E nell’entusiasmo generale l’egemonia culturale veniva concentrata, come un dogma divino, nel concetto di competizione sul costo del lavoro. Anzi, sulla svalutazione competitiva del costo del lavoro. Una dimensione totalizzante, portata avanti soprattutto da una sinistra devastata dai sensi di colpa, nella quale l’individuo è diventato imprenditore di se stesso. L’arrivo dell’euro in Europa ha fatto il resto, perché se non è possibile svalutare la moneta, come ai tempo del buon Lulù che viveva di pane e inflazione, non è rimasto che svalutare ancor più il lavoro. I «dirigenti» italiani di Foodora, altri membri di un sottoproletariato privo di coscienza di cui sarebbe interessante capire quanto guadagnano, sostengono che il lavoro del fattorino è qualcosa di molto simile al lavoro che fanno Nibali e Contador: cosa si poteva aspettare di diverso? Improvvide parole che hanno il pregio, bontà loro, di condensare in poche, semplici, righe l’intera giurisdizione del lavoro vigente.

Una situazione, purtroppo, irreversibile
Ma la questione interessante, al di là della doverosa e pigra indignazione per il caso, è un’altra: capire se questa situazione sia reversibile. La situazione è irreversibile. Prima facciamo i conti con questa condizione, prima sapremo prepararci perché stiamo cadendo sul duro, e farà molto male. Il caso Foodora, grazie alla pressione mediatica, troverà una sbocco civile, con ogni probabilità. E di questo ci rallegriamo tutti. Ma il problema è che la tecnologia di oggi, che rappresenta tutte le derise paure di Edgard Lud che si materializzano, rende inutile qualsiasi sforzo. Foodora semplicemente finirà fuori mercato, e verrà rimpiazzata da app simili, con condizioni uguali o peggiori. Questo è il principio della «competitività», che piaccia o no. La informatizzazione dell’economia, e della realtà, rende possibili sviluppi frattali, cioè la riproduzione all’infinito degli stessi modelli. Se l’unico valore – poveri filosofi greci che pensavano a ben altri significati da quelli odierni per questa magica parola – è comprimere il costo del lavoro, non c’è partita. Anche perché nelle tasche del consumatore finale, che si trova esattamente nella stessa condizione del fattorino o poco meglio, spendere poco è un principio cardine.

Meglio fattorini o robot?
Questo oggi, ma è bene dare un’occhiata anche al futuro, partendo da un principio: «Tutto ciò che è immaginabile diventerà realtà», sosteneva l’abate Saint Pierre. A Londra, invece, a suonare il campanello di casa non sarà un fattorino come a Torino o a Milano. Sarà un robot in persona. Just Eat, ditta che produce cibo da asporto, ha iniziato una collaborazione con Starship Technologies al fine di realizzare un servizio di consegne automatizzato. I robot potranno andare un po’ ovunque in città, grazie ad una interazione uomo-macchina che dovrebbe permettergli di muoversi senza pericolo. Il programma di sperimentazione inizierà nei prossimi mesi ma già si vocifera che gli automi potranno consegnare ogni tipo di pasto, pacchi e prodotti ai consumatori.

Just Eat, Domino e gli altri...
Domino, corporation operativa nel settore della consegna a domicilio, ha inventato una macchina che già si avventura per la giungla urbana munita di pizza, cibo e varie e bevande. Con il Dru, acronimo di Domino's Robotic Unit, che ricorda un carrello della spesa: ma non ci si deve confondere perché la tecnologia in esso contenuta è di estrazione militare. Può arrivare a 20 chilometri orari, più o meno la velocità di una bicicletta, e nella sua pancia di acciaio mantiene il cibo fresco, o caldo, fino all’attimo della consegna. I droni consegneranno entro cinque anni libri e mercanzia varia. Google car cancellerà il mestiere di autista (a questo abbiamo dedicato un approfondimento dal titolo "Arriva il robot che fa la pizza. Sta per finire, dopo millenni, il lavoro?"). L’economista statunitense Wassily Leointief nel 1983 profetizzò: «Le macchine sostituiranno gli uomini come i trattori hanno fatto con il cavallo». L’affermazione suscitò sorrisi e ilarità. Oggi che un robottino con quattro ruote prende il posto del fattorino che chiede un salario, tale affermazione non appare stravagante. La quarta rivoluzione industriale presenta caratteristiche oscure. Durante l’ultimo World Economic Forum, sono stati presentati dati che portano a un risultato: entro il 2018 la tecnologia divorerà 5 milioni di posti di lavoro nelle 15 principali economie del mondo.

Lo chiamano capitalismo 4.0
I fattorini di Foodora saranno i primi a saltare proprio se vinceranno la vertenza. E la nuova occupazione creata non compenserà i licenziamenti: si tratta del capitalismo 4.0, ormai privo del fattore umano. L’ex ceo di Mc Donald's lo scorso giugno l’ha detto in termini perentori: «E’ più economico acquistare un braccio robotico da 35.000 dollari piuttosto che assumere un lavoratore inefficiente che prende 15 dollari all’ora per impacchettare patatine fritte». In Cina è stato recentemente inaugurato il primo ristorante con uno staff quasi interamente costituito da venti robot che cucinano, servono le ordinazioni al tavolo e chiacchierano con i clienti con la visualizzazione di dieci espressioni facciali buone per tutti, dai bambini agli adulti. Secondo i ricercatori di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, il 47% dei lavori negli Stati Uniti è già a rischio robotizzazione oggi. Per il docente della Rice University, Moshe Vardi, per esempio, entro i prossimi 30 anni i robot potrebbero portare a tassi di disoccupazione superiori al 50%.

La vita senza nulla da fare
E’ probabile che i grandi capi di Foodora – chi sono, hanno un volto, dove vivono, pagano tasse, boh – quelli che stanno valutando ora i vari robot come alternativa all’essere umano, si sentano sinceramente offesi dalle rivendicazioni dei fattorini torinesi e milanesi. E in cuor loro pensino che coloro che protestano siano degli ingrati. Un mondo dove le più oscure distopie di James Ballard sembrano favolette per bambini.