10 dicembre 2019
Aggiornato 01:00
Il presidente del Gruppo «L’Espresso» chiede il rispetto della proprietà intellettuale

De Benedetti: Google deve pagare

Intanto la Finanziaria sta per la tagliare i finanziamenti pubblici all’editoria

Dopo Rupert Murdoch anche Carlo De Benedetti, presidente del gruppo l’Espresso, porta sul banco degli accusati Google come causa delle disgrazie economiche della carta stampata.
De Benedetti, come Murdoch, sostiene che non sia giusto che gli aggregatori di notizie facciano grandi affari su Internet a spese dei giornali, costretti a fornire gratis la loro materia prima.

Non ‘c’è bisogno che Google replichi all’editore di Repubblica e l’Espresso. Per capire come la pensano a Mountain Wieu basta ricordare come Google replicò a Murdoch. «Noi non obblighiamo nessuno, se vuole Murdoch può uscire dal nostro motore di ricerca», risposero dal colosso di Internet.
La contromossa del padre padrone di News Corp è stata quella di cercare una intesa con Microsoft e sarà interessante vedere che frutti darà.
De Benedetti nel corso di una intervista rilasciata al Sole24Ore usa toni meno drastici del suo collega australiano e si limita a proporre che Google riconosca i diritti di proprietà intellettuale a chi gli fornisce quei giornali che »sono la più potente esca per chi naviga nella rete».

A Mountain Wieu, a parte qualche risposta piccata sulla libertà di apparire e meno all’interno del loro motore di ricerca, non si sono dimostrati insensibili all’appello degli editori ed hanno già fatto una controproposta che prevede di mettere in conto agli utenti un pedaggio qualora vogliano consultare on line un sesto articolo di giornale, dopo averne avuti cinque gratis.
Anche questa è una soluzione tutta da verificare, anche se fin d’ora appare poco corrispondente agli interessi degli editori: quante probabilità ci sono, infatti, che sulla rete gli utenti sentano il bisogno di leggere un sesto articolo a pagamento, dopo averne potuti scegliere ben cinque senza spendere un centesimo?
Il rapporto fra Internet e la carta stampata ha una valenza globale e solo il tempo ci potrà dire quali effetti produrrà sulle nostre abitudini oltre quelli che già si possono verificare.

A livello nazionale sarebbe però ingiusto attribuire tutte le colpe della crisi dei giornali unicamente alla diffusione di Internet.
La prova che in Italia c’è una anomalia che poco ha a che vedere con il resto del mondo la possiamo misurare da quanto potrebbe avvenite se la Finanziaria, attualmente in discussione in parlamento venisse approvata in via definitiva con i tagli all’editoria previsti nel provvedimento.
Secondo quanto denuncia la Federazione della Stampa se a partire dal 2010 sparissero i contributi finora messi a disposizione dallo Stato, rischierebbero la chiusura testate storiche come «Il Secolo d’Italia», «L’Unità», «Il manifesto», ma anche testate più giovani come «Europa» o «La Padania». Sarebbero messe a repentaglio, secondo la Fnsi, un centinaio di testate e rischierebbero di perdere il posto di lavoro perlomeno 2 mila giornalisti e altrettanti poligrafici.
Lungi da noi augurarci un simile tsunami. Al tempo stesso è lecito, però, chiedersi se tutto nel mondo dei giornali debba continuare ad andare come niente fosse accaduto in questi ultimi anni. Ignorando del tutto il sopravvenire di una rivoluzione che sta mettendo in ginocchio anche un universo editoriale ben più solido del nostro. Un mondo che, particolare di non poco conto, per ben più di un secolo ha dimostrato di sapere camminare sulle proprie gambe.
Da noi la recente pubblicazione dell’elenco delle testate che ricevono appannaggi, spesso sostanziosi, da parte dello Stato ha messo a nudo situazioni a dir poco imbarazzanti. Non ci sono solo grandi firme o giornali di partito a prendere, o aver preso, soldi pubblici. Fanno parte della casta anche testate a dir poco folcloristiche come «Molisani nel mondo» o «Fare vela», o «Cavalli e corse».
Quanta di questa informazione arriva veramente al pubblico? Quale cultura produce? Quale mondo rappresenta? Perché deve continuare a farlo a spese dei contribuenti?.
Forse ha ragione chi sostiene che cancellare con un solo colpo questa parte dell’informazione italiana provocherebbe una devastazione del settore in grado di trascinare, con le mele avariate, anche quelle sane. Fare cadere la scure dall’oggi al domani forse provocherebbe un danno superiore ai vantaggi.
Per evitarlo il governo potrebbe quindi ripensarci, ma a patto di stabilire fin d’ora una data certa entro la quale fare cessare questa anomalia italiana
Insomma dovrebbe consentire un proroga dei finanziamenti ma solo per dare il tempo a chi ha a cuore l’informazione in Italia e anche la sopravvivenza del giornalismo di convocare gli stati generali del settore e in quella sede trovare una soluzione per il futuro.

Camminare sulle proprie gambe per l’informazione in Italia non è mai stato facile e meno che mai lo è ora. Ma è indispensabile riuscirci, se non si vuole continuare a mantenere una casta il cui accesso è riservato agli amici degli amici, o sottostare all’arbitrio e agli interessi del sistema politico che amministra i finanziamenti pubblici
I giornalisti, come contropartita per avere accettato le regole della concorrenza, dovrebbero chiedere allo Stato di mettere a loro disposizione gli strumenti indispensabili per ottenere un effettivo accesso al mercato e cioè: formazione, mezzi di produzione, distribuzione e pubblicità.
Poi a fare la differenza dovrebbe essere la qualità.