12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Movimprese: 30mila aziende in meno nel primo trimestre dell’anno (-0,5%)

Le imprese resistono alla crisi: chiusure stabili, ma frenano le aperture

Lieve aumento dei fallimenti che però restano ‘ancorati’ all’1 per 1000 all’anno

ROMA – Le imprese non ci stanno. La crisi fa paura ma chi è sul mercato fa di tutto per restarci, resistendo alla tentazione di abbassare la saracinesca in attesa che torni la fiducia. A subire maggiormente l’incertezza di questa fase sono piuttosto quegli italiani che vorrebbero avviare un’attività ma che, di fronte alle incognite, preferiscono attendere che passi «la notatta» della crisi. La somma dei due effetti – lieve riduzione delle chiusure e forte frenata nelle aperture rispetto allo stesso trimestre del 2008 – ha così prodotto, tra gennaio e marzo, un saldo negativo di 30.706 unità, il più pesante degli ultimi dieci anni, pari ad una riduzione dello stock delle imprese dello 0,5%.

E’ questo il quadro che emerge dai dati sulla nati-mortalità delle imprese italiane nel primo trimestre dell’anno fotografati attraverso Movimprese, la rilevazione trimestrale condotta per Unioncamere da InfoCamere – la società consortile di informatica delle Camere di Commercio italiane - e disponibile all’indirizzo www.infocamere.it.

Il bilancio del trimestre – tradizionalmente negativo per via del concentrarsi delle cancellazioni a fine anno – è frutto della differenza tra le 118.407 imprese che hanno aperto i battenti (contro le 130.629 del primo trimestre dello scorso anno), e le 149.113 che invece li hanno chiusi (un valore in lieve contrazione rispetto a gennaio-marzo 2008, quando a cessare l’attività furono 152.443 imprese). Per effetto del saldo negativo, lo stock delle imprese a fine marzo si è pertanto attestato sul valore di 6.065.232 unità.

«I dati di questi primi mesi del 2009 – ha detto il Presidente di Unioncamere, Andrea Mondello - indicano che gli imprenditori stanno facendo al meglio la loro parte, di fronte ad una crisi a cui non intendono rassegnarsi. Le imprese stanno affrontando con resposabilità grandissimi sacrifici per restare sul mercato. Riducono i margini, limano i costi, rallentano le attività ma non si arrendono e resistono in condizioni difficilissime nell’attesa di un mutamento del clima di fiducia. L’andamento dei fallimenti – ha aggiunto Mondello - segnala però due cose: l’impatto della crisi è ancora contenuto, ma la progressione degli utlimi mesi indica che sta crescendo la pressione sui bilanci delle aziende. E’ un segnale importante che deve indurci a tenere alta la guardia soprattutto in questo momento in cui sembrano affacciarsi i primi, timidi segnali di alleggerimento delle difficoltà, almeno in alcuni settori. Se da un lato osserviamo con soddisfazione il trend positivo delle imprese che nascono in forma di società – segno che il sistema imprenditoriale prosegue nel suo processo di ammodernamento e irrobustimento – dall’altro le difficoltà a carico delle imprese più piccole e dell’artigianato si fanno più acute e  richiamano alla massima attenzione sul fronte del credito. E’ questo, infatti,  l’unico antidoto che al momento può mantenere in vita tante aziende e permettere loro di tenere le posizioni conservando capacità produttiva e occupazione su livelli adeguati, per ripartire non appena le condizioni lo permetteranno. Su questo fronte le Camere di Commercio continueranno ad impegnarsi, come hanno fatto sul finire dello scorso anno, rafforzando i sistemi di garanzia per il credito alle imprese in difficoltà».

IL QUADRO GENERALE

Come evidenzia la tabella 1, il primo trimestre dell’anno consegna tradizionalmente un bilancio negativo poiché riflette l’accumularsi di cessazioni contabilizzate a gennaio ma riferibili in realtà agli ultimi giorni dell’anno precedente, cosicché i registri camerali rilevano queste chiusure con il bilancio del primo trimestre dell’anno. La serie storica dei primi trimestri dal 2000 ad oggi evidenzia i motivi alla base del saldo di inizio anno, dovuto soprattutto alla consistente frenata nel tasso di natalità delle imprese (il più basso della serie: +1,94%), a fronte della relativa stabilità del flusso delle cancellazioni (addirittura leggermente diminuite rispetto allo stesso periodo el 2008: 2,44 contro 2,51%). In conseguenza dell’andamento dei due flussi di ‘entrata’ e ‘uscita’ dal sistema, lo stock complessivo di imprese registrate alla fine dello scorso mese di marzo ammonta a 6.065.232 imprese, di cui 1.480.582 (il 24,4%) artigiane.

Con riferimento a queste ultime, il bilancio del trimestre appare decisamente più pesante in termini percentuali: -1,04% la riduzione dello stock di queste imprese, corrispondente ad una perdita di 15.564 aziende, il 91,6% delle quali nella forma giuridica di ditte individuali.

LE FORME GIURIDICHE

La battuta d’arresto del primo trimestre si riflette - come mostra la Tabella 2 - su tutte le quattro tipologie di forme giuridiche che Movimprese utilizza per classificare le imprese italiane. Per tutte le tipologie di forme giuridiche si registra un rallentamento della vitalità rispetto allo stesso periodo del 2008. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, solo due tipologie di imprese (Società di capitale e Altre forme) hanno realizzato un saldo attivo, (rispettivamente pari a         +8.201 e +587 unità) e quindi un tasso di crescita positivo (+0,65% nel caso delle Società di capitali, +0,29% nel caso delle Altre forme). Per Società di persone e Ditte individuali, invece, il trimestre si è chiuso con bilanci in rosso (-5.604 unità per le prime e –33.890 per le seconde) e, conseguentemente, tassi di crescita di segno negativo. In termini relativi, il solo saldo negativo delle imprese individuali basta a spiegare tutta la riduzione dello stock di imprese nei primi tre mesi dell’anno.

Un dato che si riflette pesantemente sull’andamento del comparto artigiano. Proprio per la prevalenza che vi hanno le Ditte individuali (rappresentano infatti il 78% di tutte le imprese artigiane, a fronte del 56% rispetto al totale delle imprese), l’artigianato sembra subire in modo più marcato l’impatto della crisi. Pur rappresentando il 25% delle imprese italiane, infatti, complessivamente le imprese artigiane determinano oltre la metà (il 51%) del saldo negativo di tutto il trimestre, con una riduzione del loro stock pari a 15.564 imprese corrispondente ad un tasso di crescita negativo dell’1,04% (praticamente il doppio del totale delle imprese). Unico elemento positivo è quello relativo alle imprese artigiane che stanno adottando la forma delle Società di capitali, la cui crescita rimane al di sopra del 2%.

LE DINAMICHE TERRITORIALI

Come mostra la Tabella 3, nel I trimestre dell’anno tutte le quattro grandi circoscrizioni territoriali evidenziano saldi negativi, sia per il totale delle imprese sia per il comparto artigiano. In valore assoluto, a livello complessivo la contrazione maggiore è quella della circoscrizione Sud e Isole   (-11.181 unità), cui fa seguito il Nord-Est (-9.078), mentre l’ordine si inverte se si fa riferimento ai valori relativi: -0,75% il tasso di crescita nel Nord-Est, -0,56% quello di Sud e Isole, in ambedue i casi valori più elevati della media nazionale (-0,5%). Il Nord-Ovest e il Centro, invece, pur con saldi negativi pari, rispettivamente, a –6.739 e –3.708 unità, realizzano tassi di decrescita meno accentuati di quello medio nazionale (rispettivamente –0,42% e 0,29%).

Guardando al mondo delle imprese artigiane, l’analisi territoriale evidenzia le specificità di questo comparto dal punto di vista territoriale. Le imprese artigiane sono infatti maggiormente diffuse nelle aree in cui è tradizionalmente più concentrata l’impresa manifatturiera: nel Nord-Ovest, nel Nord-Est e - Lazio a parte - nel Centro. Ciò detto, si spiega come i saldi negativi più consistenti delle imprese artigiane si concentrino nelle circoscrizioni settentrionali: sebbene nel Nord-Ovest e Nord-Est abbia sede il 46% di tutte le imprese italiane, il saldo delle artigiane in queste circoscrizioni ha rappresentato ben il 58% di tutto il saldo negativo messo a segno dall’artigianato nel trimestre, con il Nord-Est che da solo incide per il 31% sulla contrazione nazionale del comparto.

A livello regionale, solo il Lazio chiude il trimestre senza il segno negativo, una crescita (+0,06%) più tecnica che sostanziale che, però, evidenzia un miglioramento apprezzabile rispetto al primo trimestre del 2008 (quando si registrò un arretramento dello 0,68%). In termini assoluti, la riduzione più consistente dello stock si è avuta in Veneto (-3.848 imprese), subito seguito dalla Puglia (-3.823) e dall’Emilia-Romagna (-3.782). In termini relativi, è proprio la Puglia a occupare il poco ambito primo posto della graduatoria della maggiore contrazione percentuale (-0,98%), seguita da Molise (-0,89%) e Basilicata (-0,84%). Dopo il Lazio, a ‘tenere’ meglio sono state la Lombardia (-0,26%) e la Calabria (-0,3%).

I SETTORI DI ATTIVITA’

Fatta salva la riduzione storica del numero di imprese agricole - che continua anche nell’ultimo trimestre - gli altri settori risentono in modo assai diverso della crisi in atto. Sebbene la metà (7 su 14) abbia chiuso il trimestre con il segno meno, tra questi si trovano quelli numericamente più rilevanti.

In termini assoluti il bilancio più negativo si registra nel Commercio (-10.082 imprese, un terzo di tutto il saldo del periodo), nelle Attività manifatturiere (-5.266) e nelle Costruzioni     (-4.533). In particolare, osservando la componente artigiana, Movimprese evidenzia come le contrazioni registrate nelle Costruzioni, nelle Attività manifatturiere e nei Trasporti sia totalmente spiegato dalla perdita di attività artigiane.

L’ANDAMENTO DEI FALLIMENTI

In considerazione della rilevanza che le chiusure per fallimento possono avere per evidenziare l’insorgere di situazioni di difficoltà strutturali nel tessuto imprenditoriale, Movimprese ha condotto una ricognizione dell’andamento di questa variabile a partire dall’inizio del 2007 e fino a tutto lo scorso mese di marzo. Per la natura stessa della procedura - che solitamente interviene dopo che l’azienda ha tentato tutte le possibilità per evitarla - il momento della dichiarazione di apertura del fallimento segue a distanza di tempo l’insorgere dei problemi che l’hanno generata. In questo senso, il momento dell’iscrizione del fallimento nel Registro delle Imprese delle Camere di commercio ritrae la fine di un percorso e non coincide in genere con il momento in cui si manifesta la difficoltà dell’impresa sul mercato. Ciò per evidenziare come le aperture di procedure nel primo trimestre del 2009 stiano in buona parte a evidenziare difficoltà che risalgono con tutta probabilità a un periodo compreso tra i sei e i dodici mesi precedenti.

Dall’analisi dei dati raccolti (riferiti all’iscrizione nei registri camerali dell’avvenuta apertura di nuove procedure fallimentari disposte dai competenti tribunali), il quadro che emerge mostra un andamento di tipo sinusoidale del fenomeno nell’intervallo considerato, con una riduzione di ampiezza della curva tra il 2007 e il 2008 e un aumento tra il 2008 e il 2009, con un valore massimo (947 imprese) toccato nello scorso mese di marzo.

Su base annua, il fenomeno dei fallimenti interessa una quota che oscilla tra le 7mila e le 8mila imprese, vale a dire all’incirca poco più di una ogni mille registrate. Se poi si accorpano i dati su base trimestrale (e si rapportano sempre allo stock di imprese esistenti alla fine di ciascun trimestre, come nel Grafico 2), risulta evidente come il fenomeno segua una dinamica stabile anche se, come detto, leggermente accentuata nei primi mesi dell’anno in corso.