28 settembre 2020
Aggiornato 17:00
Il consiglio della redazione

Javier Cercas conquista il pubblico con «L'Impostore»

L'autore spagnolo compie un ulteriore passo – forse il più difficile - nelle paludi della storia contemporanea del suo paese, attraverso il racconto della vita di Enric Marco Batlle, della sua spettacolare finzione.

ROMA - Il primo ricordo – e uno dei più vividi – che George Orwell ebbe della guerra civile spagnola corrisponde all’immagine di un volontario italiano dai capelli biondo-rossicci. Pochissime parole (Italiano? No, Inglès, y tu?), un momento sfuggente, due anime che si incontrano e si riconoscono. Per sempre. Sir Eric Arthr Blair ci confida che questo tipo di incontri era piuttosto frequente nella Spagna del 1936, un mondo lontano e vicino al tempo stesso, nel tempo e nello spazio. Un mondo che, da Soldati di Salamina in poi, Javier Cercas ha riportato all’attenzione dei suoi lettori, ampliando la sua indagine alla Spagna del Dopoguerra.

L'ultimo libro di Cercas
Con L’impostore (Guanda pp. 406, €20), l’autore spagnolo compie un ulteriore passo – forse il più difficile - nelle paludi della storia contemporanea del suo paese, attraverso il racconto della vita di Enric Marco Batlle, della sua spettacolare finzione. Segretario del sindacato anarchico CNT senza aver avuto radici profonde nel movimento anarchico catalano pre-franchista, presidente dell’Associazione Amical de Mauthausen senza mai essere stato un deportato, Marco ha ingannato a lungo un Paese intero, almeno fino a quando nel 2005 la menzogna è stata scoperta dallo storico Benito Bermejo Sanchez. Il passato è soltanto una dimensione del presente, scriveva Faulkner, e nel passato siamo spinti senza sosta, sospirava Fitzgerald.

Chi è Enric Marco?
Chi è Enric Marco? Un’infanzia difficile, una verità della quale è impossibile accontentarsi. E allora, tra la verità e la vita, Marco ha scelto la vita. Una nuova vita, migliore di quella reale. Marco abbandonerà i panni di Alonso Quijano e diventerà Don Chisciotte, fino a quando uno storico non ci separi.  Non è forse la menzogna di Marco una menzogna vitale nietzschiana, una menzogna epica e totalmente asociale e moralmente rivoluzionaria perché mette la vita al di sopra della verità? (…) Non è forse quell’enorme Sì un enorme No, un No definitivo?

L'uomo della moltitudine
Cervantes salvò Alonso Quijano e, senza saperlo o riconoscerlo, forse io in questo libro sto facendo il possibile salvare Marco. Marco è un uomo che ha sempre detto Sì, ha detto Sì quando poteva dire No, perché c’è stato in quegli anni buoi qualcuno che ha detto No. L’autore ricorda i loro nomi, in uno dei momenti più toccanti dell’opera. Ma Marco ha detto Sì, e questo lo rende uno normale, l’uomo della moltitudine, un appartenente alla massa silenziosa e rassegnata. Così, l’enigma finale di Marco è la sua assoluta normalità; e anche la sua eccezionalità assoluta: Marco è tutto ciò che noi siamo, soltanto in maniera esagerata, più grande, più intensa e più visibile, o forse è tutti gli uomini, o forse non è nessuno (…).

Scrivere è il rischio di dover affrontare la verità
Ma L’impostore non è solo questo. È anche l’indagine di un uomo che questo libro non voleva scriverlo, perché scrivere è anche conoscersi e riconoscersi. E la verità per lo scrittore può fare paura, diventare letale come è lo stata per Narciso, per Marco stesso. Eppure Cercas questo libro lo ha scritto. Per meglio dire, lo ha affrontato. Ha voluto conoscersi e riconoscersi. Ha voluto capirsi, come in Anatomia di un istante l’autore spagnolo provava a capire suo padre attraverso la figura di Adolfo Suarez. Salvare un uomo, forse due, perché la letteratura non serve a nulla se non serve a salvare un uomo. E invece, chi salverà noi? La risposta è: nessuno.