4 dicembre 2021
Aggiornato 02:30
Calcio

Shevchenko compie 40 anni: le tre gemme che hanno fatto innamorare i tifosi del Milan

L’ex attaccante ucraino, oggi commissario tecnico della sua nazionale, è stato uno dei calciatori più amati della storia rossonera. Tanti gol e tante emozioni per un centravanti completo, forse il migliore della sua generazione

MILANO - Non solo Silvio Berlusconi, il 29 settembre il Milan celebra anche il compleanno di Andriy Shevchenko, nato nel 1976, attaccante rossonero dal 1999 al 2006 e poi nella stagione 2008-2009. Sheva, oggi commissario tecnico della nazionale ucraina, è il secondo miglior marcatore nella storia milanista di tutti i tempi, meglio di lui solo il leggendario Gunnar Nordhal; un attaccante di razza, Shevchenko, forte fisicamente, ma anche rapido, scaltro, bravo di testa e con entrambi i piedi, vincitore di due classifiche dei marcatori in serie A, la prima nell’anno del suo debutto in Italia (1999-2000) e la seconda coincisa con lo scudetto vinto dal Milan di Carlo Ancelotti (2003-2004) entrambe le volte con 24 reti all’attivo.

Momenti indimenticabili

Tante reti e tante gioie regalate ai tifosi rossoneri, tre in particolare rimasti indelebili nella mente e nel cuore degli appassionati milanisti: il primo, in ordine di importanza, non può che essere il calcio di rigore decisivo nella finale di Manchester di Coppa dei Campioni nel 2003 contro la Juventus: gli occhi affamati di vittoria, lo sguardo frenetico verso l’arbitro in attesa del fischio, Buffon spiazzato e la Coppa dalle grandi orecchie che torna a Milano dopo 9 anni. Il secondo momento è legato sempre alla stagione di gloria 2002-2003 e a quella favolosa cavalcata europea del primo Milan di Ancelotti: è la semifinale e non è una partita qualunque, è il derby contro l’Inter: chi vince non solo vince la stracittadina, ma va pure in finale di Coppa Campioni. Tensione alle stelle, l’andata termina 0-0 e non è certo una bella partita; a ritorno, col Milan in «trasferta», Shevchenko segna alla fine del primo tempo e dopo uno scambio sontuoso con Clarence Seedorf, un altro che nella storia milanista ha il nome inciso a caratteri d’oro, portando in vantaggio il Milan e avvicinando i rossoneri alla finale. Il pareggio di Martins e la sofferenza finale non negano al Milan l’accesso alla già citata partita di Manchester contro la Juventus e Shevchenko diventa l’eroe di una coppa che il Milan conquista con pieno merito. Il terzo momento è il gol dell’ucraino contro la Roma nella sfida scudetto del 2 maggio 2004: San Siro è stracolmo, ai rossoneri serve una vittoria per regalarsi matematicamente il titolo e proprio nel giorno dello scontro diretto con la rivale di quell’anno, guidata in panchina dal grande ex Fabio Capello. Tutti si aspettano una gara tattica, bloccata, invece dopo nemmeno due minuti Kakà scappa via sulla fascia destra e pennella un cross perfetto per la testa di Shevchenko che incorna la palla in rete e lancia il Milan verso l’1-0 decisivo che cucirà lo scudetto numero 17 sulle maglie rossonere.

Gol ma non solo

Tre momenti in una carriera sfavillante, non gli unici, anzi, ne mancano tanti altri, così come a parole non è possibile descrivere l’affetto che i tifosi del Milan hanno sempre tributato al campione ucraino, la gioia nel vederlo sollevare a San Siro il pallone d’oro 2004, la disperazione per la cessione al Chelsea nel giugno del 2006, una scelta che lo stesso Shevchenko riconoscerà poi come errata. Sheva è stato il simbolo della rinascita milanista dopo i fasti dei primi anni novanta, il cannoniere più significativo dopo Marco Van Basten e prima di Zlatan Ibrahimovic: tralasciando per un attimo la tattica e la logica, il sogno di vedere magari solo per una volta questi tre monumenti della storia milanista giocare insieme formando un tridente forse calcisticamente non facile da amalgamare, sarebbe uno dei momenti di entusiasmo maggiore che un tifoso milanista potrebbe mai provare. Nell’attesa, gli appassionati rossoneri si consolano con le loro gesta separate, consapevoli che pochi altri tifosi possono dire di aver gioito per campioni simili in soli vent’anni.