19 agosto 2018
Aggiornato 10:00

«Giustizia per mia moglie morta in piscina», si riapre il caso dopo 4 anni

Emanuela Santoni era deceduta il 14 luglio 2013 per uno svenimento in acqua. Il marito aveva provato disperatamente a intervenire per salvarla: «Doveva farlo qualcun altro»
Emanuela Santoni con il marito Alfonso e le figlie
Emanuela Santoni con il marito Alfonso e le figlie (Luca Cirimbilla)

ROMA - Doveva essere una giornata d’estate divertente, all’insegna del sole e di tanta acqua, con la propria famiglia: marito e moglie esemplari, con due figlie giovanissime di 5 e 7 anni. Tutto, invece, si è trasformato in tragedia: colpa del destino, certo, ma anche di una gestione della sicurezza nella struttura della piscina che si è rivelata molto discutibile. Emanuela ha perso conoscenza verso le ore 15,30 quando l’impianto era molto affollato. Eppure, nessuno si era accorto che aveva perso i sensi adagiandosi sul fondo: solo il marito, Alfonso, preoccupato nel non vederla, si era accorto della tragedia. Riportandola in superficie, aveva provato a salvare l’amore della sua vita, senza fortuna. «Ci conoscevamo da tanti anni; poi andammo a un concerto di Renato Zero del 2004 e scoppiò la scintilla. Stavamo costruendo qualcosa di grande, per colpa di qualcuno mi è stato strappato tutto». Perché, dunque, non era intervenuto il bagnino? Come mai l’ambulanza è giunta in ritardo sul posto? Come mai qualcuno ha affermato che l’assistente bagnanti era intervenuto nel soccorrere la donna, quando invece Emanuela era stata portata in superficie dal marito?

DOMANDE SENZA RISPOSTA – A spazzare via ogni dubbio su uno stato di salute di Emanuela che potesse giustificare il malore e il conseguente decesso, ha contribuito l’autopsia. «Era un’atleta in forma – ha raccontato il marito – 20 anni di judo alle spalle ed è stata anche campionessa italiana: gli esami hanno confermato il suo stato di perfetta forma». L’inchiesta aperta dalla magistratura aveva portato il pm a ritenere opportuno di non procedere verso il bagnino, mentre il gip aveva archiviato senza produrre motivazioni specifiche. Il ricorso in Cassazione della famiglia, però, si è basato proprio questa assenza di spiegazioni per l’eventuale archiviazione del caso. Una persona era morta nel 2013, in una struttura sportiva, senza alcun colpevole: chi lo avrebbe spiegato al marito e alle figlie una cosa così insensata?

RIAPERTURA DEL CASO GIUDIZIARIO – E così, lo scorso 26 luglio è arrivata la comunicazione della nuova udienza che si dovrebbe tenere mercoledì prossimo. Un segnale positivo dalla giustizia italiana che dimostra la voglia di chiarezza: il gip, dunque, ha ritenuto di proseguire in base alle indagini difensive aggiunte effettuate dagli avvocati Adalberto Maria Siano e Giuseppe Dante che hanno portato a giudicare non idonei sia la struttura sportiva che il comportamento dell’assistente bagnanti. Quel giorno tragico era una domenica estiva: come mai in una struttura così affollata, era presente un solo bagnino a controllare ben due piscine, una per adulti e l’altra per bambini? Possibile che a controllare un impianto così gremito c’era solo un ragazzo con un turno di 12 ore sulle spalle? Questi e altri interrogativi sono stati sollevato dai legali della famiglia colpita da una tragedia inspiegabile.

Occhi puntati, dunque, su un nuovo caso della giustizia che in Italia fa parecchio discutere, ma che stavolta ha un’occasione per fare chiarezza e donare trasparenza a una moglie e madre deceduta che poteva essere salvata.