15 dicembre 2019
Aggiornato 21:00
Il futuro del centrosinistra

Bersani prepara la sua «corsa», ma Prodi e Vendola incalzano

Prova a dettare tempi e condizioni, il leader democratico cerca di sfruttare l'onda delle amministrative, che ha lasciato in piedi solo il Pd tra gli aspiranti al governo, e lancia, di fatto, la sua candidatura. «Montiani» si allineano, ma l'ex Premier punta al Colle

ROMA - Pier Luigi Bersani prova a dettare tempi e condizioni, il leader democratico cerca di sfruttare l'onda delle amministrative, che ha lasciato in piedi solo il Pd tra gli aspiranti al governo, e lancia, di fatto, la sua candidatura, sia pure depurandola da «personalismi». Una mossa che provoca la reazione del leader di Sel Nichi Vendola e che si scontra con una nuova frustata di Romano Prodi, per niente soddisfatto della linea politica del segretario democratico. Il tutto mentre i rapporti con il Governo sembrano migliorare un po', nonostante il malumore diffuso nella base del partito e anche tra molti parlamentari.

Non possiamo arrivare stremati alle urne - Su questo, Bersani al coordinamento dell'altra sera è stato chiaro: «Noi non vogliamo far saltare il governo...». Certo, Monti deve correggere un po' la rotta, tanto più che dopo le amministrative «il vero partito montiano siamo noi», diceva oggi un dirigente del partito vicino a Bersani. Se il Pd deve farsi carico di sostenere il Governo, nonostante le fibrillazioni del Pdl, Monti deve anche concedere qualcosa in più alle istanze democratiche, «perché non possiamo arrivare stremati alle urne», spiega un parlamentare. E qualche segnale, dal Governo, arriva: ieri le frasi di Monti su investimenti e patto di stabilità dei Comuni, oggi l'ammissione di Corrado Passera sulla gravità della situazione sociale. «Forse c'è stato qualcosa di algido (nel governo, ndr) in questo passaggio. Ma ora c'è la consapevolezza che dietro i numeri c'è una realtà sociale» e «un Paese che soffre terribilmente». Nei contatti riservati, Bersani ha fatto capire a Monti che il Pd resterà leale, ma che il Governo deve sterzare un po' verso sinistra.

I «montiani» si allineano - Di sicuro, l'ala «montiana» del partito, quella che comprende Enrico Letta, Walter Veltroni, Giuseppe Fioroni, sembra in questo momento allinearsi al segretario. La prospettiva delle 'larghe intese' bis è uscita sconfitta dalle amministrative, ed è significativo che Veltroni oggi abbia fatto un'intervista nella quale si limita a chiedere che il Pd sia «riformista».

I problemi, per ora, vengono dal fronte «amico». Bersani e D'Alema, dopo le amministrative, hanno voluto pubblicamente dire come la pensa il Pd: siamo l'unico partito che ha retto, siamo l'unico «pilastro» di un futuro governo, il progetto di Pier Ferdinando Casini ha fallito, quindi ora ognuno decida se vuole salire sul «carro» del Pd, ma alle condizioni del Pd. E, per esempio, «il candidato premier tocca a noi», come ha detto a Repubblica. Poi, in serata, il completamento del pensiero, chiarendo: «Sono disponibile (per la premiership, ndr)».

Il problema è lo schema di alleanze che immagina Bersani, ormai senza trovare nessuna opposizione nel partito: «Il Pd vuole allargarsi e aprirsi, il centrosinistra non è sufficiente». Uno scenario che non può piacere a Vendola e tantomeno a Prodi. Il leader di Sel teme di finire in un ruolo marginale, di fare il «portatore d'acqua» per Bersani, che poi stringe un'intesa preferenziale con i centristi. Prodi attacca sulla legge elettorale, rimproverando a Bersani la «bozza Violante», ma il ragionamento del «Professore» bolognese è più articolato: raccontano che nei giorni scorsi Arturo Parisi abbia contestato anche il rilancio del doppio turno, spiegando che quel sistema elettorale può essere adottato solo se si fa anche il presidenzialismo, come in Francia. La spiegazione maliziosa fornita da più di un deputato è questa: «Prodi può ambire al Quirinale solo con una maggioranza di centrosinistra, una Unione-bis. Il proporzionale metterebbe il «pallino» in mano a Casini e Bersani. E il doppio turno, o con un sistema «spagnolo»... anche».

L'asse Bersani-Casini taglierebbe fuori Prodi - Con il doppio turno o con il meccanismo spagnolo, infatti, Bersani potrebbe permettersi il lusso di non fare quasi alleanze, contando sul ballottaggio. E, come accaduto in Francia, l'intesa con i centristi potrebbe avvenire tra il primo e il secondo turno, o anche dopo il voto. Ma l'asse preferenziale tra Bersani e Casini taglierebbe fuori quasi certamente Prodi: Bersani nell'intervista di oggi ha rivendicato per il Pd la premiership, difficile immaginare che anche la casella del Quirinale sia appannaggio del Pd se la coalizione è democratici-centristi. Ed è significativo che Bersani abbia detto in una intervista a La7 che mentre con l'Unione i partiti dell'alleanza erano «otto-nove, adesso sarebbero due-tre». Per questo Sel attacca, e per questo i prodiani alzano le barricate. La replica di Bersani a Prodi è gelida: il segretario Pd affida la risposta a Davide Zoggia, il responsabile enti locali che replica all'ex premier e «padre dell'Ulivo». Sulle alleanze, Bersani prende tempo: il leader Pd sa che i margini di manovra di Sel sono stretti e la minaccia di sfilarsi è poco credibile.

Il rischio di un «nuovo Berlusconi» - Certo, nella partita del leader Pd c'è un rischio: che il «vuoto» che si è creato nel centrodestra venga riempito da un «nuovo Berlusconi». «A destra c'è un vuoto, ma l'elettorato non è scomparso», ha sottolineato Bersani nell'intervista a Repubblica. Ma a cercare di coprire quel vuoto sarà «l'incarnazione di una proposta che mi auguro minoritaria ma che somiglierà a quelle forze regressive e populiste». Un messaggio chiaro a Casini: non sperare di trovare nel centrodestra la possibilità di costruire un partito moderato. In realtà, c'è anche uno scenario peggiore che potrebbe concretizzarsi: che il «vuoto» lo riempia non un «populista», ma un soggetto più pericoloso, un «tecnico», un altro esponente dell'impresa. I contatti tra Berlusconi e Montezemolo vengono monitorati, anche se pochi nel Pd pensano che il presidente Ferrari possa essere il «nuovo Berlusconi» e Passera non sembra avere i numeri sufficienti.