29 agosto 2025
Aggiornato 08:30
Casta & Sprechi

Costi della Politica, anche Palazzo Madama blocca l'aumento degli stipendi

Scintille Lega Senato-Camera. Belisario: L'Italia dei Valori ha votato sì perché si tratta di risparmi veri. Si deve fare di più ma è il primo passo dopo tante battaglie. Fini: Ora ridurre il numero dei parlamentari

ROMA - Dopo la Camera, anche il Senato ha bloccato l'aumento degli stipendi che sarebbe scattato con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e rivendicato il fatto che i 6 milioni di risparmio annui che ne conseguiranno non finiranno in alcun fondo, come invece accadrà a Montecitorio, bensì torneranno ai cittadini perché saranno soldi che Palazzo Madama chiederà in meno al ministero dell'Economia.

Il 50% del rimborso forfettario dovrà essere rendicontato - Il Consiglio di Presidenza ha adottato le decisioni sui tagli in una lunga riunione di tre ore, ieri, durante la quale sono state approvate all'unanimità anche altre riduzioni annunciate. Innanzitutto quella del 50% del rimborso forfettario di 4.180 euro mensili delle spese per il rapporto eletto-elettore che spetta a ogni senatore: ebbene quel rimborso sarà suddiviso in due quote uguali di 2.090 euro, una erogata a forfait, l'altra dietro rendicontazione delle spese che dovranno rientrare nelle spese per collaboratori, consulenze e ricerche; per la gestione di un ufficio, per l'acquisto o locazione di beni strumentali, per l'uso di reti pubbliche di consultazione dati; per convegni e sostegno delle attività politiche.
L'altro grande capitolo, già deliberato lunedì dalla Camera, riguarda il sistema previdenziale dei senatori e dei dipendenti di Palazzo Madama: entra in vigore il sistema di calcolo contributivo analogo a quello previsto per i lavoratori dipendenti dalla recente riforma Fornero.

L'IDV parla di risparmi veri - Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha sottolineato che le decisioni sono state prese all'unanimità. Le hanno votate, cioè, anche Idv e Lega che invece nell'ufficio di presidenza di Montecitorio non hanno condiviso le misure adottate. «L'Italia dei Valori ha votato sì perché si tratta di risparmi veri. Si deve fare di più ma è il primo passo dopo tante battaglie», ha commentato il presidente dei senatori dell'Italia dei Valori, Felice Belisario. Mentre il questore leghista Paolo Franco ha rivendicato che il blocco dell'aumento degli stipendi è stato fatto grazie al Carroccio e che, a differenza della Camera, i risparmi ottenuti non finiranno in quello che definisce «un fondo nero» bensì «saranno restituiti ai cittadini». Il capo ufficio stampa di Montecitorio interviene per spiegare che la Lega del Senato è incappata in un «colossale errore» perché «i risparmi derivanti dal mancato aumento dell'indennità parlamentare sono stati semplicemente accantonati in attesa che l'Ufficio di Presidenza medesimo ne stabilisca la finalizzazione».

Altri risparmi - Il Senato ha dato il via libera anche al taglio del 10% delle indennità di carica, vale a dire quelle del presidente della Camera, dei questori, dei presidenti di Commissione. E inoltre risparmierà anche sugli affitti dicendo addio a quello onerosissimo (un milione e mezzo di euro all'anno) di un magazzino situato nel quartiere Trullo di Roma: «Faremo proficuamente uso - spiega Schifani - di un bene demaniale collocato sempre in quella zona che ci costerà solo gli oneri della ristrutturazione». La seconda carica dello Stato infine annuncia anche lo stop, entro fine febbraio, dei benefit per gli ex presidenti del Senato: non saranno più illimitati, ma temporanei.

Fini: Ora ridurre il numero dei parlamentari - Di costi della politica è tornato a parlare anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha difeso le sforbiciate adottate dai due rami del Parlamento come decisioni «importanti» ma ha ammesso: «Per ridurre il costo complessivo del sistema politico sarebbe arrivato il momento di ridurre il numero dei parlamentari, perché 945 parlamentari e centinaia di consiglieri regionali finiscono per determinare un costo certamente rilevante». Al di là delle buone intenzioni, però, il provvedimento giace in commissione Affari Costituzionali al Senato.