27 luglio 2021
Aggiornato 02:00
Governo «sotto» alla Camera

PD: Il voto di fiducia non basta, ora dimissioni. Poi sta a Colle

Lo dicono i costituzionalisti: «Dopo il voto contro il rendiconto la conseguenza politica non può essere che una crisi di governo». Bersani: «Dobbiamo stare sul pezzo»

ROMA - «Non per ragioni politiche ma per ragioni costituzionali il governo deve andare a dimettersi e poi sarà il Capo dello Stato a decidere cosa fare». Lo dice Dario Franceschini al termine di un'assemblea dei deputati del Pd per fare il punto dopo la bocciatura del rendiconto generale dello Stato. Nella riunione è intervenuto anche il segretario Pier Luigi Bersani che ha invitato il gruppo a «stare sul pezzo» e «lasciarli cuocere nel loro brodo», riferito alla maggioranza che oggi ha indubbiamente «preso una scoppola».

Testi alla mano i Democratici citano costituzionalisti come Giovanni Pitruzzella, gradito al centrodestra, secondo il quale «dopo il voto contro il rendiconto la conseguenza politica non può essere che una crisi di governo» e ancora l'Enciclopedia del Diritto che recita: «Il voto contrario del Parlamento sul Rendiconto assumerebbe il significato di una sfiducia al governo».

Sfiducia che, spiega Franceschini, non può essere sanata «da un altro voto di fiducia su un altro atto parlamentare, come una risoluzione della maggioranza». Quanto poi alla tesi sostenuta in questi minuti dal centrodestra secondo la quale si può votare sugli altri articoli del Rendiconto, posto che il primo è stato bocciato, il capogruppo del Pd cita le parole del presidente della commissione Bilancio durante la riunione dei capigruppo: «La bocciatura dell'articolo 1 impedisce un voto sugli altri articoli» e in ogni caso «domani si riunisce la Giunta per il regolamento proprio su questo aspetto». Anche Beppe Fioroni assicura che «il Parlamento non si può pronunciare due volte sullo stesso provvedimento» e che la bocciatura del rendiconto nei comuni «apre immediatamente una crisi», come del resto avvenne nell'unico precedente che si ricordi della storia repubblicana, quello del governo Andreotti II il quale «andò subito a dimettersi al Quirinale», ricorda Fioroni.