30 marzo 2020
Aggiornato 19:30
La Cassazione conferma la condanna

Cuffaro, perde il seggio del Senato

Solo le dimissioni evitano la decadenza. Se lascia lui servirà il voto dell'aula, altrimenti basterà presa atto

ROMA - L'ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro perderà a breve il seggio da senatore a Palazzo Madama vinto nel 2008, quando si candidò come capolista dell'Udc in Sicilia.
La decadenza dal seggio è uno degli effetti automatici della sentenza di condanna definitiva a sette anni per favoreggiamento aggravato alla mafia e violazione del segreto d'ufficio inflitta a Cuffaro dalla Cassazione. Essa diverrà applicabile non appena anche il Senato ne riceverà notifica, con semplice presa d'atto da parte della Giunta per le elezioni chiamata semplicemente a protocollare la decadenza di Cuffaro, individuare il nome del senatore subentrante e darne comunicazione all'assemblea. Che, a sua volta, sarà chiamata semplicemente a prendere atto e mettere agli atti dell'assemblea la decadenza di Cuffaro e la proclamazione del suo successore, ovvero il primo dei non eletti Udc.
Dovrebbe trattarsi di Maria Giuseppa Castiglione, numero 6 della lista di candidati Udc in Sicilia, semprechè non sussistano nei suoi confronti cause di incompatibilità su cui esercitare opzione. Tutti coloro che la precedono (oltre a Cuffaro, Giampiero D'Alia, Antonello Antinoro, Salvatore Cintol, Sebastiano Burgaretta Aparo) infatti, sono già senatori, europarlamentari o deputati all'assemblea regionale siciliana per opzione da loro in tal senso espressa.

Cuffaro, però, potrebbe seguire il precedente di Cesare Previti ed evitare la decadenza, presentando spontaneamente le dimissioni dal Senato. Previti, una volta divenuta definitiva la sentenza di condanna optò infatti per la rinuncia al seggio, presentando in verità le dimissioni il giorno stesso in cui la Camera avrebbe dovuto prendere atto della sua decadenza.
Nel caso di dimissioni di Cuffaro, l'aula del Senato sarà chiamata a votare, così come avvenne per Previti.
La prassi vuole che le dimissioni di un parlamentare la prima volta vengano respinte, per poi essere accolte se da lui ripresentate una seconda. Ma, come accadde per Previti, poco senso avrebbe respingere delle dimissioni che avrebbero comunque come effetto la decadenza.

Diverso, invece, è stato in questa stessa legislatura il caso del senatore Pdl Nicola Di Girolamo, raggiunto da una richiesta di arresti per associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illeciti della camorra e di violazione della legge elettorale.
Anche Di Girolamo infatti si dimise, lasciò il seggio e si lasciò arrestare, ma solo quando a palazzo Madama l'esame della richiesta dei Magistrati rese palese che la richiesta di arresto sarebbe stata accordata dall'aula di palazzo Madama.

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