14 giugno 2024
Aggiornato 07:30
Editoriale

Il vero nemico di Fini è il progetto della Lega

Mentre Berlusconi studia come sbarazzarsi della corrente interna, Bossi si preoccupa delle conseguenze sul federalismo

Se si vuole capire che cosa c’è dietro il corpo a corpo messo in scena ieri da Berlusconi e Fini bisogna leggere con attenzione le reazioni di Bossi e dei suoi colonnelli.
«Fini è decisamente contro il popolo del Nord a favore di quello meridionale. D’altra parte era troppo spaventato delle possibili conseguenze del federalismo, che comunque avrebbe fatto bene anche al Sud», ha chiarito Umberto Bossi.
Insomma come spesso accade il leader della Lega taglia corto e va immediatamente al cuore del problema.
In questo caso scopre un altarino che solo chi crede, in politica, ai duelli rusticani per motivi passionali può non vedere: ormai la guerra di Fini contro Berlusconi è per interposta persona. Il suo vero obiettivo, come lo stesso Bossi denuncia, è fermare la Lega o perlomeno mettergli il bastone fra le ruote.

A poche ore dalla sceneggiata, Berlusconi, dopo un Consiglio dei ministri durato appena un’ora, ha convocato i colonnelli della Lega, Calderoli e Maroni, oltre a ministri ed esponenti del Pdl su come affrontare la situazione che si è venuta a creare dopo lo scontro in mondo visione con il Presidente della Camera.
Il Premier sente che deve dimostrare di essere in grado di gestire la situazione e di porre rimedio allo sgarro messo sotto gli occhi di tutti.
Inoltre sa non di non avere troppo tempo a disposizione.
Se è vero che Gianfranco Fini, lasciando ieri l’auditorium intitolato alla Conciliazione (una involontaria ironia per come è finita la faccenda) abbia sibilato al ministro Sandro Biondi: «Adesso aspettati le scintille in Parlamento», possiamo facilmente immaginare il rebus che Berlusconi deve risolvere per impedire che tutto il lavoro intorno ai provvedimenti che gli stanno più a cuore, dalle intercettazioni alla riforma della giustizia, trovino più ostacoli sol loro cammino di un autoblindo finito in mezzo a un mare di fango.

Quello che Fini cercherà di fare, non potendo immaginare nemmeno in sogno in un ribaltamento degli equilibri, molto probabilmente sarà infatti di rallentare, e in qualche caso frenare, il cammino del panzer Berlusconi.
Sulla giustizia, dopo l’approvazione del legittimo impedimento, Berlusconi potrebbe anche sopportare senza eccessivi danni qualche allungamento dei tempi. Ma sul federalismo fiscale deve fare in fretta.
Deve infatti intervenire prima che le forze che vi si oppongono, dalla Sicilia di Lombardo, ai vari sponsor del Sud, fino all’Udc e a una parte del Pd, riescano a saldarsi definitivamente con le mosse del Presidente della Camera.
Nel caso il premier si attardasse è stato Bossi, stamani, a ricordare a tutti che sull’urgenza del federalismo fiscale non è disponibile a fare sconti: «I leghisti, sono arrabbiatissimi, è un vero bombardamento di persone che non ne possono più' di sceneggiate, rinvii e tentennamenti» ha avvertito Umberto Bossi. E Berlusconi si è messo subito all’opera.

Una delle prevedibili conseguenze in casa del Pdl dopo le picconate di Fini in Direzione nazionale si è già materializzata negli incontri di oggi.
Fra gli altri Berlusconi ha convocato a colloquio anche il ministro delle Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi.
Per Wikipedia Ronchi è un finiano doc, essendo stato anche portavoce di Alleanza nazionale quando il capo indiscusso era l’attuale leader della minoranza interna del Pdl.
Ronchi è inoltre uno dei due firmatari presenti nel governo (l’altro è Urso) del documento dei 58 contestatori.
In condizioni normali il colloquio diretto fra Berlusconi e Ronchi sarebbe rientrato nella rutine istituzionale, ma dopo quanto è avvenuto e dopo le minacce reciproche, in molti si sono chiesti se non è cominciata quella caccia annunciata da Berlusconi con l’avvertimento: «A Fini sfileremo i 58 firmatari uno per uno».
Un’altra ipotesi è che Berlusconi abbia chiamato Ronchi per sottoporre alla sua sensibilità il problema della sua permanenza nel governo dopo aver posto la firma sotto il documento finiano.
In questo caso Ronchi, con la rinuncia ad un ministero, sarebbe fra gli amici di Fini, uno di quelli chiamati a pagare il prezzo maggiore alla fedeltà al vecchio (o nuovo) capo.
Non è un caso infatti che Ronchi nei giorni scorsi sia stato uno dei più attivi nei tentativi di riconciliazione.
Infine può darsi che nulla di tutto ciò sia stata l’origine del faccia a faccia di Berlusconi con Ronchi, ma la frattura a scena aperta ha prodotto polveri dense di sospetti che sarà duro diradare.

Infine c’è da rimuovere la pedina principale. Berlusconi deve escogitare come farsi restituire da Fini la poltrona di Presidente della Camera. Poiché l’attuale detentore ha detto pubblicamente che non ha nessuna intenzione di mollarla, per il premier sarà una partita non facile da giocare.
E’per tutte queste cose insieme che i prossimi giorni si annunciano all’insegna dell’incertezza.

Infine ai protagonisti dello psicodramma speriamo che resti qualche scampolo di tempo per dedicarsi alle nubi che incombono sull’economia del Paese, le cui difficoltà potrebbe aumentare non poco a causa di quanto sta accadendo in Grecia, che mai, come in questi giorni, stando ai rumors dei mercati, è sembrata così vicina al default.