12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Editoriale

Caso Fini: “Quo Vadis ?”

Dietro lo scontro con Berlusconi l’ombra dei “poteri forti” e il futuro del sistema creditizio

L’appuntamento è per giovedì, auditorium di via della Conciliazione a Roma.
L’ultimo duello fra Fini e Berlusconi si svolgerà all’ombra del Cupolone che sovrasta la grande via che negli anni trenta sostituì le vecchie casupole che circondavano San Pietro per dare un respiro mondiale alla basilica.
La sala in cui si svolgerà la fase finale della sfida è il grande auditorium che per anni ha ospitato la musica sinfonica romana, ma ora è stato messo da parte. Rimpiazzato dopo la nascita del nuovo complesso voluto dalla coppia di sindaci Rutelli-Veltroni.
Insomma chi è alla ricerca di simboli legati al luogo in cui andrà in scena l’atto finale fra i due cofondatori del Pdl ne ha a sufficienza, soprattutto se la simbologia che si insegue è legata al nuovo che caccia il vecchio.
Ma a parte che non tutti sono d’accordo nel ritenere che giovedì sarà scritta la parola fine sullo scontro, fra Fini e Berlusconi chi è il nuovo che deve succedere al vecchio?

Anagraficamente è indubbio che il cavaliere ha tutto da rimetterci nel confronto con Gianfranco il Temerario.
Ma sul versante dei contenuti al momento sembra rischiare di più il ribelle Fini: quella che sta interpretando somiglia infatti parecchio alla partitura che accompagnò le scissioni di antica memoria, quando il Psi e il Psdi più di una volta sperimentarono la via dell’unione, per poi ripensarci subito dopo fra accuse reciproche.
Nella Dc nessuno in passato si fece tentare dalla soluzione scissionista avendo scelto, per rimarcare le differenze e gli interessi contrapposti, la via delle correnti e dei feudi locali.
Dal Pci quando di usciva. era per sempre. Per di più bollati dall’infamia dell’eresia, come ricorda ancora oggi il gruppo separatista del Manifesto.
Il Presidente della Camera, se non vuole cadere nella trama di copioni già visti, giovedì è dunque chiamato a riempire la sua ribellione di contenuti ben più solidi di quelli finora messi in mostra.

Se ci si sofferma alle didascalie con le quali i giornali rinfrescano la memoria dei loro lettori, Fini critica l’eccessivo peso della Lega sull’attività e l’immagine del governo e rivendica un maggiore coinvolgimento nelle decisioni del partito.
Se le cose stessero così ha ragione Berlusconi a chiedere e chiedersi continuamente: «ma cosa vuole?».
La natura del contendere, però, è molto più consistente di quello che ci raccontano e meno fumosa dei formalismi legati alla presentazione della «bozza Calderoli».
Ora tutti sappiamo che la «bozza Calderoli», che è nata per disegnare il prossimo profilo dell’Italia secondo Bossi e Berlusconi, è stata la causa scatenante dell’ultima sfuriata di Fini.
Il Presidente della Camera ufficialmente si è risentito perché la bozza Calderoli sarebbe stata presentata a Napolitano senza che nessuno si fosse preoccupato di sottoporla preventivamente alla sua attenzione.
Non c’è dubbio che Fini possa aver visto in questo ennesimo scavalcamento la prova che il suo ruolo, nonostante i tentativi di rabbonirlo, non è visto dallo stato maggiore della maggioranza come un ruolo paritario.
Ma non è questo il nodo. Il nodo è il contenuto stesso della «bozza Calderoli».
Il polverone sullo scontro fra i due cofondatori del Pdl ha infatti oscurato la sostanza del documento preparato dal ministro per la Semplificazione.
Di questa Magna Carta si sa poco o niente e a quello che è trapelato, per non spaventare nessuno, è stata attribuita una semplice funzione di canovaccio. Cioè l’inizio di una stesura e non la commedia già belle e pronta, con personaggi ben delineati e anche la parola «fine» già scritta.

Il giudizio più esplicito sulla bozza lo ha espresso Pierluigi Bersani, per il quale il documento prevede l’introduzione di una «satrapia».
L’uso di questa definizione, praticamente sconosciuta al 99 per cento degli italiani, la dice lunga sulla conoscenza che Bersani ha degli elettori.
Comunque la consultazione di una qualsiasi enciclopedia ci ricorda che il «satrapo» è una figura istituzionale presente nell’antico impero persiano e che Dario il Grande si servì di venti satrapi per governare altrettante province dell’impero, alle quali attribuì autonomia assoluta, sia civile che militare, con diritto dinastico, salvo un tributo da versare nelle casse dell’imperatore.
Il tributo, per la precisione, non doveva essere inconsistente, se è vero che Dario, con i proventi dell’ imposta versata dai satrapi, fondò Persepoli.
Tornando a Fini, satrapi o no, si deve essere chiesto che cosa resterebbe a lui stesso e ai suoi uomini se scattasse la tenaglia rappresentata dalle competenze assegnate da Calderoli alle nuove entità locali, corredate da un rapporto diretto con il futuro inquilino del Quirinale, espressione di un assetto presidenzialista.
Non si può inoltre ignorare che all’interno di questa tenaglia finirebbe, come Bossi ha già annunciato, anche l’unica ciccia ancora a disposizione del Paese, e cioè le banche.
Eugenio Scalfari domenica ha affermato che la Lega vorrebbe che le banche del Nord raccogliessero denaro ovunque, salvo poi impiegarlo unicamente dalle sue parti.
«La conclusione sarà l’isolamento delle banche italiane dal sistema internazionale», ha sentenziato Scalfari.
Con quanta presa sulle convinzioni leghiste, soprattutto dopo i bidoni rifilati all’economia dal sistema finanziario internazionale, non è difficile immaginare.
Ma è anche difficile immaginare che le banche non rientrino in quella definizione che va sotto il nome di «poteri forti». E in difesa dell’attuale assetto è sceso anche il Corriere della Sera, elencando i pericoli che si potrebbero correre con l’avvento di banche federate, come l’esperienza tedesca avrebbe dimostrato.
Quindi oggi non è tanto utile chiedersi nei confronti di Fini: «Quo vadis? », ma «con chi?».
Ecco perché la partita con Berlusconi molto difficilmente si concluderà giovedì prossimo.