23 febbraio 2020
Aggiornato 12:30
Politica & Giustizia

Mancino: sì all'immunità, ma con quorum del 65%

Il vicepresidente del CSM a Repubblica: «Non sia un ritorno all'impunità acritica»

ROMA - Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, dice sì al ritorno dell'immunità per i parlamentari ma, in un'intervista a Repubblica, fissa dei paletti sul 'come' di deve giungere alla legge che ripristina l'obbligo di approvazione da parte della Camera di appartenenza per i magistrati che intendono mettere sotto processo un onorevole.

«La proposta - afferma - deve arrivare dal Parlamento e non dal governo», «si deve prevedere una maggioranza qualificata, oscillante tra il 60 e il 65%, per respingere le richieste di autorizzazione a procedere» e «bisogna dare comunque ai magistrati la possibilità di andare avanti con le indagini». Insomma, per Mancino «non bisogna tornare all'impunità acritica».

Intanto Luciano Violante, responsabile per le riforme dello Stato del Pd, definisce come «uno schema accettabile» il precorso proposto dalla presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, con l'introduzione dell'immunità parlamentare «che presupponga una nuova legge elettorale e una cornice di riforme irrinunciabili» come ad esempio «la riduzione del numero dei parlamentari e il Senato federale».

Secondo Violante, intervistato dal Corriere della Sera, il Pd vede la possibilità di «un percorso condiviso da completare entro agosto 2011», ovvero entro i limiti della legge 'ponte' che introduce il legittimo impedimento, e apprezza i paletti posti da Bongiorno alla improcedibilità degli onorevoli, una legge che «deve valere per un solo mandato», che «non può coprire i reati commessi prima dell'incarico» e che può essere concessa solo a maggioranza qualificata». «Così ridotta - aggiunge Violante - si potrebbe applicare anche a premier e ministri», mentre resta secco il «no al Lodo Alfano, che per Violante è «inutile e dannoso». Se la maggioranza «insiste - conclude Violante - si andrà al referendum».