1 giugno 2020
Aggiornato 09:00
A Gubbio il Presidente della Camera critica i vertici ma conferma la sua fedeltà al PDL

Fini cancella il sogno del grande centro

Ma la riapertura delle indagini sulle stragi di mafia rilancia la polemica tra i coordinatori del PDL e l'ex capo di AN

GUBBIO - Chi si aspettava che da Gubbio ieri il Presidente della Camera lasciasse partire un siluro al Pdl si è dovuto ricredere. Non che nelle parole di Gianfranco Fini siano mancati gli accenni polemici sia nei confronti del partito che di Silvio Berlusconi. L’attacco c’è stato, in alcuni punti segnato dall’amarezza per le accuse e i sospetti di cui è stato fatto oggetto da amici (o ex amici) ed alleati, in altri affidato all’immagine di risolutezza che ha inteso dare nel rivolgersi a volte anche con toni sarcastici soprattutto alle prime file della platea. Ma mai e poi mai da Gubbio Fini ha fatto intravedere che nei suoi pensieri ci sia anche la più lontana possibilità che egli voglia lasciare il tetto che lo ospita e che ha contribuito ad edificare.

COSA VUOLE FINI - Ma se Fini non vuole essere l’asse portante di un edificio alternativo al Pdl, che cosa vuole? Nel rispondere a questa domanda il Presidente della Camera non ha lasciato adito a dubbi: vuole un Pdl diverso non schiacciato unicamente su Silvio Berlusconi. E’ una voglia di cambiamento che, come estrema conseguenza potrebbe prevedere anche il regicidio? Sicuramente no, si evince dal suo intervento, soprattutto se un’ operazione di questo tipo potrebbe minare le fondamenta del Partito delle Libertà. E’ una chiarificazione che da Gubbio ci si aspettava e di cui il quadro politico nei prossimi giorni non potrà che giovarsi, scrollandosi di dosso il timore per alcuni e la speranza per altri di essere alla vigilia della caduta di Costantinopoli. Non è poco.

DESTRA E SINISTRA CONFRONTO - L’epilogo di Gubbio rimanda inevitabilmente al confronto fra quanto sta avvenendo all’interno delle mura del Pdl rispetto a ciò che agita le diverse anime della sinistra. Fini ha dimostrato che, nonostante le diversità, che pure ci sono, nella destra c’è un minimo comun denominatore dal quale non si torna indietro. E non si torna indietro non solo per calcolo politico, ma perché è ormai radicato nella testa sia dei suoi elettori che in quella dei suoi dirigenti. E’ un minimo comun denominatore che non ha ancora preso forma in un vero e proprio decalogo, cioè in quei dogmi generalmente imposti dalle ideologie, ma nella cui impalpabile essenza il popolo di destra dimostra di riconoscersi.
Sull’altro versante le vicende politiche degli ultimi anni hanno invece dimostrato che a sinistra questo minimo comun denominatore, che pure in passato c’è stato, non solo si è dissolto, ma non c’è neppure l’aria che si possa ricostituire. Non è difficile immaginare che Oliviero Diliberto, tanto per fare un esempo, nelle condizioni in cui si trova oggi Fini non avrebbe esitato un secondo a provocare una scissione e a mettere in campo uno schieramento antagonista e concorrente. Inoltre il segno distintivo di questa diversità non è dato tanto da quanto Diliberto (seguendo una ipotesi fondata su quanto è realmente è accaduto) avrebbe fatto, ma sulla reale possibilità che una parte non indifferente della popolazione di sinistra lo avrebbe seguito nella sua avventura.

FINI E BERLUSCONI - A Gubbio si è anche chiusa la partita fra Fini e Berlusconi? «Il discorso è cominciato» ha detto il Presidente della Camera mettendo in chiaro che il suo intervento deve essere interpretato come il primo scalino di una scalata che non sarà breve e non l’ atto conclusivo di una aspra polemica. Fini ha anche aggiunto che la riapertura delle indagini sulle stragi del ’92 e del ’93 deve essere considerato come un giusto tentativo di arrivare a verità che il Paese deve conoscere. La posizione di Fini sui fatti di mafia è stato il punto più controverso emerso a Gubbio.
«Sono contrario a riaprire indagini se servono ad ordire manovre», ha replicato Maurizio Gasparri. Inoltre Denis Verdini, uno dei coordinatori del Pdl ha ricordato «l’ostilità a Berlusconi ampiamente dimostrata di quei giudici che oggi chiedono di riaprire le pagini stragiste, da Ida Boccassini ad Antonino Ingroia che nei giorni ha presenziato al battesimo del «Fatto» il quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio, nato quasi con l’unico intento di attaccare Silvio Berlusconi».

LE STRAGI DI MAFIA - La posizione di Fini rispetto alla riapertura delle indagini sulle stragi di mafia ha lo scopo di mettere l’ennesima mina sotto la poltrona di Berlusconi? Gasparri e Verdini hanno ragione a leggere in questa chiave le parole del Presidente della Camera? Una cosa è certa, le conclusioni già acquisiti dalla magistratura non hanno chiuso quei capitoli oscuri della nostra storia. Soprattutto l’uccisione di Giovanni Falcone, le modalità dell’attentato hanno lasciato aperti molti interrogativi su quella tragica vicenda. Ma stiamo parlando del ’92 e del ’93. Berlusconi, quanto era lontano in quegli anni dall’ idea di scendere in campo? Basta la risposta a questo quesito per poter dire che su questo versante il presidente del Consiglio ha ben poco da temere.

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