30 agosto 2025
Aggiornato 05:00
Italia-Libia

Invito Gheddafi a «Shabbat» imbarazza ebrei romani

La comunità ebraico tripolina spera in uno spostamento di data

ROMA - Crea imbarazzo tra gli ebrei romani l'invito che il colonnello Muammar Gheddafi ha rivolto loro in occasione della visita in Italia che comincia domani. Per incontrare la sparuta comunità ebraica tripolina della capitale, infatti, il capo di Stato libico ha scelto il giorno di sabato, Shabbat per gli ebrei, ossia il giorno in cui per onorare i dettami religiosi vanno sospese tutte le attività, obblighi politici e mondani compresi.

«Gheddafi ha fissato unilateralmente la data di sabato. Se dovesse rimanere tale, credo che farà l'incontro da solo», spiega il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. Se in seno alla comunità ebraica capitolina c'è chi arriva a sospettare un'intenzione provocatoria da parte del leader libico, il presidente degli ebrei tripolini getta acqua sul fuoco. «L'appuntamento rimane sabato, ma i libici stanno cercando in tutti i modi di trovare un altro giorno», spiega Scialom Tesciuba. «Certo, il programma è già preparato da tempo ed è pieno di appuntamenti... Noi, ad ogni modo, siamo in attesa di un nuovo appuntamento, che potrebbe essere comunicato anche mezz'ora prima». Fonti libiche bene informate confermano che, al momento, non è stata trovata una collocazione alternativa nel programma di Gheddafi e l'appuntamento, per i libici, è ancora sabato.

Pacifici non esclude un altro esito. «Non mi sorprenderei - spiega - che qualcuno volesse andare comunque all'incontro, ma rappresenterebbe se stesso, e non la comunità ebraica libica. Ne risponderebbe alla propria coscienza», afferma Pacifici, che però sottolinea che gli ebrei romani seguono tutta la vicenda «con apprensione, ma anche rispetto». Se la data rimanesse 'shabbat' andare o no a incontrare Gheddafi? «Non so», taglia corto Tesciuba, che oltre ad essere capo della comunità libico-ebraica ha anche l'incarico istituzionale di vicepresidente degli ebrei romani.

Di certo, al Tempio maggiore di lungotevere de' Cenci hanno un conto in sospeso con la Libia, che risale all'attentato dell'ottobre 1982 in cui morì un bambino di due anni e trentacinque persone - tra le quali il padre di Pacifici - rimasero ferite. L'unico membro identificato del commando palestinese che aprì il fuoco sui fedeli che uscivano dalla Sinagoga, arrestato in Grecia, venne estradato in Libia nonostante le richieste di estradizione avanzate dall'Italia. Pacifici è netto: «A quale titolo fu estradato lì? Che fine ha fatto? E' ancora vivo? Vogliamo informazioni per rendere giustizia». Sempre che, alla fine, gli ebrei romani riescano a incontrare Gheddafi.