12 marzo 2026
Aggiornato 11:39

Università, Ferrero (FI-PDL): regione garantisca facoltà di lingue

«Il preside di Lingue Paolo Bertinetti e il rettore Ezio Pelizzetti hanno elencato una serie di pesanti criticità per questo corso di laurea»

TORINO - «L’università di Torino rischia di restare senza parole». In questa battuta sarcastica, pronunciata a denti stretti dal consigliere regionale di Forza Italia-Pdl, Caterina Ferrero, si percepisce il dissenso per lo stato in cui versa la Facoltà di Lingue dell’ateneo torinese.

«Il preside di Lingue Paolo Bertinetti e il rettore Ezio Pelizzetti – spiega l’esponente azzurro – hanno elencato una serie di pesanti criticità per questo corso di laurea. Criticità che andando dalla mancanza di aule, alla difficoltà di sostituzione dei decenti in età pensionabile hanno portato il Consiglio di Facoltà ad approvare una mozione per l’istituzione del numero chiuso. Personalmente non sono contraria a questo strumento. Va, però, sottolineato come in questo caso tale scelta vada in controtendenza rispetto alle vocazioni tipiche della nostra Provincia e della nostra Regione».

«Torino, - continua Ferrero - sia dal punto di vista geografico che da quello politico è da sempre una provincia che si è saputa aprire al mondo e, in particolare, all’Europa. Lo testimonia la sua storia. Proprio per tale ragione la decisione di limitare l’accesso a questo indirizzo universitario lascia perplessi».

«La conoscenza delle lingue – conclude Ferrerro – non costituisce solamente uno spartiacque fondamentale per poter aumentare le possibili offerte di lavoro ma soprattutto costituisce uno dei benchmark più efficaci nel mondo del lavoro per la valutazione dei nostri ragazzi. Proprio per questo è fondamentale che la Regione Piemonte si attivi per difendere l’operato di questa facoltà. Il decreto Gelmini razionalizza i fondi, dando un giro di vite agli sprechi. Sta però nelle Università saper dare le giuste priorità a quei corsi di laurea che, nei fatti e non a parole, offrono più opportunità di lavoro all’interno dell’Unione Europea e all’estero. Se l’università italiana non si produrrà in questo sforzo, rischia di perdere una sfida importantissima per il suo futuro e di snaturare la sua naturale vocazione: quella di creare una classe dirigente di primo livello capace di affermarsi a livello internazionale».