12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Piero Fassino - Lettera a «Il Corriere della Sera»

Una «nuova Helsinki» per tenere unita l'Europa

«Il Consiglio europeo straordinario che Sarkozy ha convocato sulla crisi georgiana dovrà misurarsi con due nodi: il binomio sovranità / autodeterminazione e la strategia verso la Russia»

Caro direttore, il Consiglio europeo straordinario che Sarkozy ha convocato sulla crisi georgiana dovrà misurarsi con due nodi: il binomio sovranità/autodeterminazione e la strategia verso la Russia.
Sul primo nodo pesa l'eredità balcanica, e cioè l'omogeneità etnica come fondamento dell'identità statuale. Oggi sono l'Ossezia e l'Abkhazia a rivendicarla, ma in quella stessa area da tempo la invocano il Nagorno-Karabakh, conteso tra Armenia e Azerbaigian, e la Transnistria unilateralmente separatasi dalla Moldavia. Per non parlare di Cecenia, Inguscezia, Dagestan, a cui peraltro Mosca nega quel che invoca per l'Ossezia. Insomma: un gioco del domino infinito, fonte di ulteriori conflitti e tragedie.

La strada non può che essere un'altra: porre a fondamento di ogni Stato non l'etnia, ma la cittadinanza, l'uguaglianza dei diritti, la tutela delle minoranze. Un buon esempio viene proprio dall'Ue che ai suoi nuovi membri ha posto come condizione di adesione il riconoscimento di diritti per minoranze spesso discriminate.
Valga per tutti il caso baltico, dove i componenti delle comunità russe — considerati per anni «non cittadini» — hanno oggi uguaglianza di diritti.

E, dunque, dal Vertice europeo venga una duplice richiesta: Mosca riconosca l'intangibilità della sovranità di Georgia, Armenia e Azerbaigian, di cui l'Unione Europea si sente garante. Tbilisi e le altre capitali caucasiche riconoscano, entro i propri ordinamenti, forme di autonomia per le minoranze. Obiettivi naturalmente non acquisibili solo con dichiarazioni di principio, ma attraverso un percorso negoziale che l'Unione Europea, insieme all'Osce e all'Onu, deve promuovere fino a giungere ad una Conferenza regionale per la stabilità del Caucaso.

Ma la crisi georgiana pone anche il tema della Russia e della sua aspirazione ad un ruolo di leadership coerente con il suo peso demografico, territoriale, militare ed economico.
Rivendicazione che peraltro avanzano anche Cina, India, Brasile, Sudafrica e altre nazioni emergenti. E non si capisce perché riconoscerla a loro e non a Mosca.

Una politica di contenimento o addirittura di accerchiamento non potrà che irrigidire ancora di più la Russia, rischiando di aggravarne i caratteri autocratici e autoritari. Al contrario, serve una politica di
engagement e di relazioni positive che solleciti Mosca a uscire dalla presunzione di autosufficienza e ne favorisca una piena inclusione nella comunità internazionale.

Vale la pena di ricordare che nel '97, prima di procedere al suo allargamento, la Nato e i suoi Paesi membri vollero siglare con la Russia l'Atto di Parigi, che definiva principi, obiettivi e strumenti di una sicurezza europea comune. E quando si decise l'allargamento dell'Ue, fu precisa scelta di Bruxelles sottoscrivere con Mosca un Accordo di Partenariato e Cooperazione e di delineare la strategia europea di vicinato.
Né è un caso che Ue e Russia, proprio qualche settimana fa, abbiano avviato i negoziati per un nuovo e più ampio Accordo di partnership per realizzare politiche comuni nell'energia, nella ricerca scientifica, nella politica industriale, nelle reti di trasporto, nell'immigrazione, nel contrasto alla criminalità organizzata e nella lotta al terrorismo. Tutti temi su cui la Russia ha bisogno dell'Europa, non meno di quanto Bruxelles sia interessata alla cooperazione con Mosca.

Le considerazioni fin qui fatte rendono evidente l'esigenza di un nuovo patto per la stabilità, i diritti, la pace in Europa. Negli anni 70 e 80 con la Conferenza di Helsinki e il suo Atto finale — e poi negli anni 90 con la Carta di Parigi e la nascita dell'Osce — si costruì un sistema di sicurezza collettiva da Vancouver a Vladivostok.
Da allora tutto è cambiato: l'Urss non c'è più; dai Balcani al Baltico al Caucaso sono nate nuove nazioni; Ue e Nato si sono estese fino ai confini della Russia.

A vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino serve una «seconda Helsinki» che vari una nuova architettura di sicurezza e stabilità in cui ogni Paese — grande o piccolo che sia — possa riconoscersi e sentirsi libero e sicuro.
Sarebbe una buona cosa se l'Italia si facesse promotrice di questa proposta.

Sullo sfondo, infine, c'è un tema ancora più grande: l'urgenza di costruire una governance globale in un mondo nel quale non ci sono più soltanto Stati Uniti, Europa e Russia. La presidenza italiana del G8 dovrà essere l'occasione per un salto di qualità anche in questa direzione.

* Ministro degli Esteri del governo ombra del Pd