25 aprile 2024
Aggiornato 15:55
La guerra in Ossezia non è solo un conflitto «locale»

Fassino: «L'Europa al Governo del Mondo»

Piero Fassino - La Stampa

La guerra in Ossezia non è solo un conflitto «locale». Anzi, è la conferma di quanto nell’epoca della globalizzazione conflitti locali non ci siano più, perché ogni conflitto - ovunque avvenga - investe la stabilità e la sicurezza del mondo. E difatti le conseguenze di quella guerra stanno investendo i rapporti tra Russia e Stati Uniti, la funzione della Nato e il ruolo dell’Europa. Si conferma quanto fondato sia affermare - come già hanno fatto Barbara Spinelli e Arrigo Levi - che mai come in questo momento «è l’ora dell’Europa».

Dell’Europa hanno intanto bisogno gli Stati Uniti che tra poche settimane eleggeranno un nuovo presidente, dopo anni di unilateralismo che hanno condotto l’America al più basso grado di simpatia e di consenso nel mondo. E, anzi, avvertiamo tutti l’esigenza di un’America che torni a essere guardata con fiducia. In fondo questa è una delle carte di Barack Obama, che si presenta come un presidente in grado di far nuovamente amare quel Paese. Ma in ogni caso, quale che sia il loro futuro presidente, gli Stati Uniti non usciranno in ventiquattr’ore dalle loro difficoltà.

L’Unione Europea ha qui un ruolo prezioso: proprio chi è più amico dell’America e ne è un alleato solido da più di mezzo secolo può aiutare Washington a uscire dal suo neoisolazionismo e accettare l’idea di un mondo multipolare e di una governance multilaterale.

Anche la Russia ha in questo momento bisogno di qualcuno che la aiuti: sia a uscire dalla sindrome dell’accerchiamento, sia a liberarsi di quei tratti autocratici e autoritari che stanno nella storia di quel Paese e che, se non rimossi, rendono più difficile a Mosca essere accettata in un ruolo di leadership. Così come non meno impellente per la Russia è stare in un sistema di relazioni che per un verso non la veda sola nel confronto con la Cina e per l’altro le consenta di non subire l’offensiva dell’integralismo islamico che preme ai suoi confini.

Sono tutte ragioni che offrono all’Unione Europea l’opportunità di porgersi alla Russia come un partner affidabile e credibile, tanto più in un momento in cui la guerra dell’Ossezia ripropone due nodi: la funzione della Nato e il carattere multietnico su cui devono essere fondate le nazioni.
E se si guarda a questi anni si vede che è stata proprio l’Unione Europea e il suo allargamento a rendere meno traumatica per la Russia l’estensione ad Est della Nato e a rendere più sicuri i diritti di cittadinanza per le tante minoranze dell’Europa centrale e orientale, a partire dalle minoranze russe dei Baltici che - con l’ingresso di quelle nazioni nell’Ue - hanno visto riconosciuti diritti di cittadinanza prima negati.

Ma è l’ora dell’Europa anche in un mondo smarrito di fronte alla globalizzazione. Il vertice di Hokkaido ci ha mostrato il limiti del G8. Il fallimento dei negoziati Wto ci indica i rischi enormi di una globalizzazione economica anarchica. E dal Darfur alla Birmania, dal Tibet al Caucaso risulta sempre più cruciale la questione dei diritti umani e civili. E appare sempre più urgente riformare le istituzioni internazionali - dall’Onu al Fondo Monetario, dal Wto alla Banca Mondiale - dotandole di poteri e risorse adeguati a esprimere una governance politica del mondo.

Chi, se non l’Unione Europa, può assumere oggi nelle sue mani queste bandiere? Per quante contraddizioni l’integrazione europea possa vivere - e il travagliato percorso del Trattato di Lisbona ne è una spia evidente - resta il fatto che l’Ue è il luogo dove da cinquant’anni si edifica una governance sovrannazionale: un unico mercato, una moneta comune, uno spazio di libera circolazione, un’area di diritto e giustizia comune, politiche europee in un numero crescente di materie. E - seppure con fatica - l’ambizione a una politica estera e di difesa comune.

Conclusione. È l’ora dell’Europa. Sì, ma gli europei ne sono consapevoli? E soprattutto lo vogliono? La risposta non è scontata, se si guarda ai referendum francese, olandese e irlandese o alle frequenti manifestazioni di nostalgia protezionista, di gelosia delle nazioni e di diffidenza verso tutto ciò che l’Europa evoca.
Ma proprio questo è il compito delle classi dirigenti europee: non sottrarsi alle proprie responsabilità, non assecondare la paura della globalizzazione sull’uscio di casa, non rinunciare a nuovi e più ampi livelli di integrazione, non considerare il «governo del mondo» un’espressione visionaria, ma un’ambizione per la quale l’Europa ha energie, intelligenze, passioni da spendere.

*Ministro degli Affari Esteri
del governo ombra del Pd